Covid, un trauma collettivo ancora vivo: +20% i disturbi tra i giovani

A cinque anni dalla pandemia, i disturbi psichici tra i giovani sono aumentati del 20%, ma mancano studi sugli effetti a lungo termine del Covid.

A cinque anni dall’inizio della pandemia, il Covid-19 continua a lasciare segni profondi nella salute mentale della popolazione, in particolare tra i più giovani. È il quadro tracciato da Emi Bondi, presidente della Società Italiana di Psichiatria e direttrice del Dipartimento di Salute Mentale dell’ASST Papa Giovanni XXIII, durante il congresso nazionale di psichiatria in corso a Bormio.

Secondo la specialista, il Covid va inquadrato come un trauma collettivo, di quelli che segnano intere generazioni e lasciano cicatrici nella memoria di una comunità. “È un evento sociale di vasta portata, che si inserisce nella costruzione dell’identità collettiva”, ha spiegato Bondi a L’Eco di Bergamo, sottolineando che le sue ripercussioni psicologiche sono state molteplici e stratificate nel tempo.

Due le fasi principali identificate dalla psichiatra: la prima, legata all’esplosione dell’emergenza sanitaria, ha prodotto un’impennata di disturbi ansiosi e depressivi, in particolare tra donne, bambini e anziani. La seconda, sviluppatasi nel 2021-2022, ha evidenziato gli effetti a medio termine del lockdown, con un impatto più marcato su adolescenti e giovani adulti, tra cui sono aumentati i casi di autolesionismo, disturbi alimentari, ansia e depressione.

Il virus ha agito come acceleratore di vulnerabilità preesistenti, già osservabili dal 2010”, ha dichiarato Bondi, evidenziando che il Covid ha anticipato l’insorgenza di numerosi disturbi psichiatrici. Al tempo stesso, ha avuto un impatto culturale profondo, contribuendo a modificare le dinamiche sociali e collettive.

Se durante la prima ondata la risposta della società fu compatta e resiliente, con un forte spirito di unità e fiducia nei confronti della scienza, nella fase successiva si è assistito a un progressivo sfilacciamento sociale, con il diffondersi di negazionismo, sfiducia e rifiuto delle regole. “L’individualismo esasperato è diventato un tratto dominante – ha aggiunto – e la fiducia nella scienza si è incrinata proprio quando avrebbe dovuto rafforzarsi grazie ai vaccini”.

Questo fenomeno ha favorito una sorta di rimozione collettiva dell’esperienza pandemica, in particolare in alcune fasce di popolazione, dove il trauma è stato archiviato senza essere realmente elaborato. Una dinamica tipica degli eventi traumatici, secondo Bondi, ma che rischia di ostacolare la piena comprensione dell’impatto psicologico della pandemia.

Preoccupa soprattutto la mancanza di studi scientifici recenti: “Nel mondo sono stati pubblicati circa 44mila articoli sul Covid, la maggior parte dei quali concentrati sui primi due anni. Ma gli studi sugli effetti a lungo termine sono quasi del tutto assenti”, ha evidenziato la presidente della SIP.

Intanto, le evidenze cliniche parlano chiaro: in alcune zone d’Italia, gli accessi al pronto soccorso per disturbi psichiatrici sono raddoppiati rispetto al periodo pre-pandemico. Nei giovani, le diagnosi di disturbi mentali sono aumentate di oltre il 20%, parallelamente a un aumento dell’uso di sostanze stupefacenti.

Un disagio complesso, che non può essere imputato solo al virus, ma che coinvolge un contesto sociale segnato da instabilità emotiva, solitudine e incertezza. Secondo Bondi, serve una maggiore attenzione alle fragilità emergenti, unita a un impegno concreto per la prevenzione e il supporto alla salute mentale, soprattutto nelle nuove generazioni.

Redazione

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