Il crollo delle nascite e dalla concorrenza cinese
La crisi del settore della prima infanzia continua a colpire la Bergamasca, fino a mettere in difficoltà anche aziende con una lunga tradizione produttiva. La società Cam, con quartier generale a Grumello del Monte e secondo stabilimento a Telgate, annuncia la fine della produzione entro il 31 gennaio 2026, dopo 56 anni di attività.
La proprietà comunica che la scelta deriva da una situazione ormai non più sostenibile, determinata da due fattori considerati decisivi: il calo della natalità e la conseguente riduzione della domanda, insieme all’impossibilità di competere con i prodotti cinesi, che arrivano sul mercato con costi inferiori di circa il 50%. Secondo quanto evidenziato, i produttori asiatici si presentano con ampie risorse economiche e con un canale distributivo che, bypassando gli intermediari, rende ulteriormente difficile mantenere competitività.
L’azienda, che negli anni d’oro era presente in 75 Paesi con un’ampia gamma di prodotti per la prima infanzia – dai sistemi modulari ai passeggini, dalle carrozzine ai seggioloni – si prepara a fermare la produzione, mantenendo però attive alcune funzioni commerciali, logistiche e amministrative anche dopo la data di chiusura.
Un simbolo della puericultura pesante
Per decenni l’indotto collegato a Cam fa di Telgate una vera e propria “capitale dei passeggini”, contribuendo a rendere la Bergamasca uno dei poli italiani della puericultura pesante. Negli ultimi anni, tuttavia, il modello produttivo basato su qualità e materiali italiani risulta penalizzato dai costi elevati, fattore che indebolisce progressivamente la competitività internazionale.
Nel corso del 2025 l’azienda ha già affrontato una serie di passaggi difficili: a marzo, il taglio di 50 dipendenti su un organico di 139; durante l’estate, il ricorso alla cassa integrazione ordinaria; infine, la procedura di mobilità per 13 lavoratori dell’area stampaggio.
Oggi gli addetti sono 85, in gran parte donne, impiegati nei due stabilimenti della Valcalepio, e restano in attesa di conoscere il proprio destino occupazionale.
I sindacati: confronto e soluzioni per i dipendenti
La comunicazione della chiusura scatena una reazione immediata da parte delle organizzazioni sindacali del settore metalmeccanico. Fim‑Cisl e Fiom‑Cgil di Bergamo hanno convocato già nella giornata di lunedì un’assemblea con i dipendenti, seguita da quattro ore di sciopero nel pomeriggio.
Nel comunicato diffuso dalle due sigle si sottolinea la preoccupazione per il futuro aziendale e per la salvaguardia dei posti di lavoro, ricordando che, al momento, i sindacati non hanno ricevuto ancora “la comunicazione formale dell’apertura della procedura di mobilità”.
L’obiettivo è avviare un confronto strutturato con la proprietà per individuare possibili soluzioni alternative, anche perché gli ammortizzatori sociali disponibili risultano esauriti e le prospettive occupazionali del territorio sono considerate critiche.
Un futuro incerto per una realtà storica bergamasca
L’azienda dichiara l’intenzione di proseguire la produzione a pieno regime fino a fine gennaio 2026, per poi mantenere in funzione solo i reparti legati all’attività commerciale e amministrativa. Le valutazioni su altri scenari, incluse eventuali riconversioni o cessioni, vengono definite premature.
Restano quindi aperte numerose incognite su un marchio che per oltre mezzo secolo rappresenta uno dei simboli del made in Italy dedicato all’infanzia, con prodotti sostenuti da campagne pubblicitarie note in tutto il Paese e dallo storico slogan “Il Mondo del bambino”.
Il territorio, intanto, teme gli effetti di una crisi che non riguarda solo un’azienda, ma un intero comparto produttivo.
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