Supermercati aperti la domenica: tornare indietro o confermare la liberalizzazione? Il tema è ciclico dal 2011, anno del decreto Salva Italia che ha liberalizzato gli orari della grande distribuzione organizzata (Gdo). A riaccendere il confronto è stata, a inizio anno, la proposta del presidente di Ancc-Coop Ernesto Dalle Rive, che ha invitato a una riflessione condivisa sulle aperture festive, in un contesto di consumi deboli e costi del lavoro crescenti.
Secondo Coop, tra maggiorazioni domenicali che incidono almeno per il 30% sulla paga e un quadro economico “freddo”, potrebbe essere opportuno rivedere il modello. Ma il fronte resta diviso.
Sindacati e piccoli negozi: “Serve un passo indietro”
A Bergamo, il tema è particolarmente sentito. Per Antonio Terzi, presidente di Confesercenti Bergamo, l’iper-liberalizzazione si è tradotta in “aperture indiscriminate” che hanno penalizzato il commercio di prossimità, senza produrre benefici concreti sui prezzi, come dimostrerebbero anche i dati sull’inflazione alimentare.
Sulla stessa linea i sindacati di categoria. Nicholas Pezzé (Filcams Cgil) sottolinea come il lavoro domenicale non rappresenti un reale valore aggiunto per i dipendenti, nonostante le maggiorazioni salariali. «La domenica è spesso il primo o secondo giorno per incassi – osserva – ma le aziende non considerano il rovescio della medaglia: il benessere dei lavoratori e la conciliazione dei tempi di vita».
Guido Fratta (Fisascat Cisl) rilancia la necessità di una “rieducazione agli acquisti” e si chiede se sia stata la domanda a generare l’offerta o viceversa. «Se prima le domeniche chiuse erano la norma e le famiglie si organizzavano, non si capisce perché non si possa tornare a quel modello».
Anche per Anita Cenolli (Uiltucs) le aperture festive non hanno determinato un aumento dei consumi, ma solo una redistribuzione della spesa settimanale. Inoltre, la convivenza nei punti vendita di contratti diversi, alcuni con obbligo di lavoro domenicale e altri no, genera disparità e tensioni.
Federdistribuzione: “Un servizio ormai strutturale”
Di parere opposto Federdistribuzione. Il presidente Carlo Alberto Buttarelli evidenzia come la spesa domenicale sia ormai una consuetudine, anche alla luce dei cambiamenti sociali. Oltre il 36% delle famiglie italiane è composto da una sola persona, con esigenze di flessibilità maggiori.
“Chiudere significherebbe mettere a rischio oltre 30mila posti di lavoro a livello nazionale”, afferma Buttarelli, sottolineando che nel 2025 gli incassi domenicali dei centri commerciali hanno rappresentato in media il 19% del totale settimanale, con percentuali ancora più elevate in realtà come Oriocenter.
Sul fronte occupazionale, Federdistribuzione richiama anche il part time weekend, formula prevista dal contratto nazionale e spesso scelta da studenti under 35. «Non bisogna demonizzare la domenica – aggiunge a L’Eco di Bergamo – ma garantire una corretta turnazione».
Il nodo dell’e-commerce
Il ritorno alle chiusure festive appare comunque complesso. Oscar Fusini, direttore di Confcommercio Bergamo, sottolinea come i consumatori si siano ormai abituati agli acquisti domenicali, in un contesto in cui l’e-commerce non conosce giorni di chiusura. Limitare le aperture rischierebbe di favorire ulteriormente il commercio online.
Molti piccoli imprenditori, infatti, hanno già scelto autonomamente di restare chiusi la domenica per contenere i costi, puntando sulla fidelizzazione dei clienti e sulla programmazione degli acquisti negli altri giorni.
Un equilibrio ancora da trovare
Il confronto resta aperto tra esigenze economiche, diritti dei lavoratori e cambiamenti nei comportamenti di consumo. A distanza di oltre dieci anni dalla liberalizzazione, il modello delle aperture 7 giorni su 7 continua a dividere. La questione non è solo commerciale, ma culturale e sociale, e richiede un equilibrio tra servizio, sostenibilità economica e qualità della vita.
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