La nuova crisi geopolitica nel Golfo Persico rischia di avere ripercussioni anche sull’economia della provincia di Bergamo. La guerra esplosa dopo l’attacco di Stati Uniti e Israele contro l’Iran del 28 febbraio ha acceso l’allarme tra gli imprenditori bergamaschi, preoccupati per possibili effetti sul commercio internazionale e sui costi dell’energia.
Il Medio Oriente rappresenta infatti un mercato sempre più importante per l’industria locale. Negli ultimi dieci anni l’export bergamasco verso l’area del Golfo è raddoppiato, passando da circa 145 milioni di euro nel 2015 a circa 287 milioni registrati nel terzo trimestre del 2025.
Il conflitto rischia però di destabilizzare una regione strategica per l’economia mondiale. La controffensiva iraniana, che ha colpito anche infrastrutture energetiche come raffinerie, petroliere e impianti di gas naturale liquefatto, ha già prodotto un immediato aumento dei prezzi dei carburanti e una forte volatilità sui mercati energetici.
Particolare attenzione è rivolta allo stretto di Hormuz, uno dei principali passaggi marittimi per il commercio globale di petrolio. Un eventuale blocco o limitazione del traffico nello stretto potrebbe avere conseguenze dirette sui prezzi di greggio e gas, con effetti immediati sui costi energetici delle imprese.
La situazione preoccupa soprattutto il mondo produttivo lombardo, già alle prese con costi energetici elevati negli ultimi anni. Il presidente di Confindustria Lombardia, Giuseppe Pasini, ha sottolineato i rischi per il sistema industriale.
“Le nostre imprese competono da tempo in condizioni difficili a causa dei sovraccosti energetici rispetto ai competitor europei ed extraeuropei”, ha spiegato a Bergamonews. Secondo Pasini, la nuova fase di instabilità potrebbe mettere in difficoltà molte aziende, dalle piccole alle grandi.
Il timore riguarda anche possibili fenomeni speculativi sui prezzi dell’energia. Nonostante gli stoccaggi europei di gas siano attualmente intorno al 40% – e al 48% in Italia – i prezzi di petrolio e gas hanno già iniziato a salire, rischiando di annullare i benefici delle recenti misure governative a sostegno di famiglie e PMI.
Il Medio Oriente non rappresenta solo un nodo energetico ma anche un mercato commerciale di primo piano per le imprese lombarde. Nel 2024 la Lombardia ha esportato nell’area del Golfo prodotti manifatturieri per oltre 6 miliardi di euro, a fronte di importazioni per circa 1,2 miliardi.
Si tratta di scambi di valore molto elevato, circa tre volte superiori a quelli che la regione intrattiene con l’area Mercosur, segno dell’importanza strategica di questo mercato.
Tra i settori più esposti figurano diverse filiere industriali. In particolare spiccano i macchinari e le apparecchiature industriali, con oltre 2,1 miliardi di export, seguiti da metalli e prodotti in metallo, sostanze chimiche e prodotti petroliferi raffinati.
Anche per Bergamo questi comparti rappresentano una parte significativa dell’economia locale. Le aziende della provincia esportano nel Golfo soprattutto macchinari industriali, metalli e prodotti chimici, settori che negli ultimi anni hanno trovato nell’area mediorientale un mercato dinamico e in crescita.
Tra i partner commerciali più importanti spicca l’Arabia Saudita. Con 83,1 milioni di euro di esportazioni rappresenta il primo mercato dell’area per Bergamo, pari al 29% dell’export provinciale verso il Golfo e all’1,7% delle esportazioni globali della provincia.
Al secondo posto si collocano gli Emirati Arabi Uniti, con 61,6 milioni di euro di esportazioni e una quota del 21,5%. Insieme, Arabia Saudita ed Emirati rappresentano oltre la metà dell’export bergamasco verso l’area.
Seguono altri Paesi della regione come Kuwait (46,8 milioni), Iraq (30,3 milioni) e Israele (28,4 milioni). Molto più limitata invece la quota di scambi con l’Iran, dove le esportazioni bergamasche si fermano a poco meno di due milioni di euro.
Nonostante il peso diretto dell’Iran sia marginale, il conflitto rischia comunque di avere effetti indiretti significativi. L’instabilità geopolitica e l’aumento dei costi energetici potrebbero infatti colpire l’intero sistema produttivo, rallentando gli scambi commerciali e aumentando i costi per le imprese.
Per questo motivo le aziende del territorio stanno seguendo con attenzione l’evoluzione della situazione internazionale, nella speranza di una rapida stabilizzazione del conflitto e dei mercati.
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