L’inchiesta sui decessi nelle Rsa durante la prima ondata di Covid è stata archiviata. La giudice per le indagini preliminari ha respinto l’opposizione dei familiari delle vittime, confermando la richiesta della Procura e chiudendo un filone significativo dell’indagine legato alle case di riposo.
Al centro del procedimento, avviato per omicidio colposo contro ignoti, vi erano circa trenta denunce presentate dai parenti degli anziani deceduti. La decisione della gip si fonda su un principio chiave: l’“angosciante imprevedibilità” del contesto pandemico, che avrebbe reso impossibile individuare responsabilità penali specifiche.
Nel provvedimento, la giudice ha sottolineato come non fosse possibile esprimere un rimprovero per la mancata adozione di comportamenti alternativi. Secondo le valutazioni, anche eventuali scelte diverse non avrebbero con certezza evitato i decessi, considerando la rapidità e la portata dell’emergenza sanitaria.
La ricostruzione dei fatti si è concentrata su alcuni casi specifici. Tra marzo e aprile 2020, in diverse strutture della Bergamasca, morirono ospiti affetti da patologie gravi, tra cui Alzheimer, insufficienza respiratoria, encefalopatie e broncopneumopatie. Condizioni cliniche già compromesse che, secondo gli accertamenti, hanno inciso in modo determinante.
Determinanti anche le conclusioni dei consulenti della Procura. Gli esperti hanno escluso profili di negligenza, evidenziando come le strutture si siano trovate a operare in un contesto di emergenza estrema, con ospedali saturi e indicazioni sanitarie in continua evoluzione.
I familiari delle vittime avevano contestato diverse criticità. Tra queste, la gestione degli ospiti con e senza sintomi, la presenza di operatori con malesseri influenzali e il mancato trasferimento in ospedale, oltre all’accesso dei parenti senza adeguati controlli. Tuttavia, per la gip, ulteriori indagini sarebbero state solo esplorative, alla luce del quadro probatorio già acquisito.
Un elemento centrale nella decisione riguarda il contesto temporale. La giudice ha evidenziato la necessità di valutare i fatti senza il senno di poi, ricordando come, nelle fasi iniziali della pandemia, mancassero indicazioni chiare e strumenti adeguati. I tamponi, ad esempio, furono resi disponibili solo a partire da metà aprile.
Anche le eventuali carenze organizzative sono state ridimensionate. Pur riconoscendo alcune criticità, la gip ha sottolineato che non è possibile stabilire un nesso causale certo con i contagi, considerando la diffusione rapida e incontrollata del virus sul territorio bergamasco.
Nel provvedimento si fa riferimento anche alle comunicazioni delle autorità sanitarie dell’epoca. A fine febbraio non erano previste indicazioni per la chiusura delle strutture, e alcune decisioni adottate autonomamente dai gestori comportavano rischi sul piano amministrativo.
La conclusione della giudice è netta. La pandemia viene definita un evento straordinario e senza precedenti storici, tale da rendere “inesigibili comportamenti alternativi” da parte di chi operava nelle Rsa.
Nonostante l’archiviazione sul piano penale, la vicenda potrebbe proseguire in sede civile. I legali dei familiari hanno annunciato la possibilità di avviare una causa, con l’obiettivo di ottenere un diverso accertamento delle responsabilità.
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