Lavoro povero in crescita a Bergamo: 55mila persone in difficoltà

Stipendi bassi anche tra i dipendenti, sindacati: “Servono regole e controlli”

 Il fenomeno del lavoro povero si amplia anche in un territorio tradizionalmente solido come quello bergamasco. Sono circa 55mila i lavoratori che, pur avendo un impiego, faticano a superare la soglia di povertà, un dato in aumento rispetto ai 50mila stimati l’anno precedente.

Non si tratta solo di lavori precari o saltuari. Anche tra i lavoratori dipendenti emergono situazioni di difficoltà, con circa 15mila persone che, nonostante un impiego per l’intero anno, percepiscono una retribuzione lorda intorno ai 15mila euro. Tradotto, significa poco più di mille euro netti al mese, una cifra che si colloca al limite della soglia di povertà individuata dall’Istat per la Lombardia.

Il quadro si allarga ulteriormente considerando altre forme contrattuali. Come riporta L’Eco di Bergamo, sono circa 24mila i lavoratori in somministrazione e 16mila quelli intermittenti, categorie spesso caratterizzate da redditi instabili e insufficienti a garantire una qualità della vita adeguata.

Il fenomeno, dunque, appare diffuso e trasversale. Non riguarda solo figure come i rider, ma coinvolge anche settori come la ricettività alberghiera, l’edilizia e i servizi, dove le condizioni salariali risultano particolarmente fragili.

Alla base del problema, secondo i sindacati, ci sono dinamiche strutturali. Uno degli elementi più critici è rappresentato dai cosiddetti “contratti pirata”, accordi collettivi sottoscritti da sigle minoritarie che permettono alle aziende di ridurre il costo del lavoro, spesso a discapito dei lavoratori.

Le conseguenze sono evidenti. Da un lato si generano stipendi più bassi, dall’altro si crea una concorrenza sleale tra imprese, alimentando un sistema che penalizza chi applica contratti regolari e più tutelanti.

Le organizzazioni sindacali chiedono interventi concreti. Tra le proposte principali emergono una legge sulla rappresentanza per contrastare i contratti irregolari e l’introduzione di un salario minimo, strumenti ritenuti fondamentali per arginare il fenomeno.

Ma il problema non si limita agli aspetti normativi. Anche i controlli risultano insufficienti, con Bergamo che si colloca tra le province con il minor numero di ispettori del lavoro. Una carenza che rende più difficile individuare e sanzionare eventuali abusi.

Il tema del lavoro povero si intreccia con questioni più ampie. La stagnazione della produttività, ferma da oltre vent’anni in Italia, rappresenta uno dei nodi centrali, incidendo direttamente sui livelli salariali.

In questo contesto, diventa cruciale puntare sulla qualità del lavoro. Investimenti in formazione, contrattazione decentrata e sviluppo di settori ad alto valore aggiunto, come quello green, vengono indicati come leve strategicheper migliorare le condizioni occupazionali.

Il dato più significativo resta però quello sociale. Anche in una provincia con uno dei tassi di disoccupazione più bassi d’Italia, cresce il numero di persone che lavorano senza riuscire a vivere dignitosamente, segnale di un cambiamento profondo nel mercato del lavoro.

Affrontare il fenomeno richiede una visione complessiva. Non basta creare occupazione: diventa essenziale garantire che il lavoro sia anche adeguatamente retribuito, restituendo stabilità economica e prospettive alle famiglie.

Redazione

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