Il Garante per la protezione dei dati personali ha contestato formalmente alla società Quarantadue S.r.l., produttrice della docuserie Netflix “Il caso Yara – oltre ogni ragionevole dubbio”, l’utilizzo illecito di messaggi vocali e telefonate private dei genitori di Yara Gambirasio, la ragazza scomparsa e uccisa nel 2010 a Brembate di Sopra. La decisione ha portato all’irrogazione di una sanzione amministrativa di 40mila euro e al divieto di ogni ulteriore diffusione delle registrazioni.
Decine di file audio – ben 24 nel primo episodio, 19 nel secondo e 3 nel terzo – erano stati inseriti nella serie senza il consenso della famiglia. Si trattava di messaggi e chiamate disperate registrate dai genitori nelle ore immediatamente successive alla scomparsa della figlia, mai utilizzati nel processo e secondo i legali mai destinati alla diffusione pubblica.
Il provvedimento dell’Autorità è arrivato dopo il reclamo presentato il 24 settembre 2024 dagli avvocati Enrico Pelilloe Andrea Pezzotta, che rappresentano la famiglia Gambirasio. Nella segnalazione è stata definita una vera e propria “intrusione arbitraria” nella dimensione privata dei coniugi, che hanno ritenuto inaccettabile l’inserimento di contenuti privi di rilevanza investigativa, inseriti al solo scopo di accrescere il coinvolgimento emotivo del pubblico.
In particolare, sono stati ritenuti inopportuni e lesivi gli audio in vivavoce lasciati dalla madre alla segreteria telefonica della figlia, ancora convinta che fosse viva. Una scelta che ha sollevato gravi perplessità etiche e giuridiche, anche alla luce del fatto che questi contenuti non erano parte integrante della ricostruzione processuale.
La società Quarantadue S.r.l. ha difeso il proprio operato sostenendo di aver tentato una collaborazione con la famiglia, senza però ricevere riscontro positivo. Ha inoltre dichiarato che il materiale era già in parte pubblico e contenuto negli atti giudiziari, e che l’obiettivo era quello di restituire l’autenticità e il contesto familiare della vicenda.
Tesi che il Garante ha rigettato, sottolineando come l’uso degli audio violasse i principi di liceità e minimizzazionesanciti dal Regolamento generale sulla protezione dei dati (Gdpr) e dalle Regole deontologiche dei giornalisti. Le conversazioni erano considerate intime, non necessarie alla comprensione dei fatti, e potenzialmente traumatiche per chi è stato direttamente coinvolto.
Oltre alla sanzione economica, l’Autorità ha disposto l’immediato stop alla diffusione degli audio e ha previsto la possibilità per la società di impugnare il provvedimento. In alternativa, potrà beneficiare di un pagamento ridotto se verserà la somma entro 30 giorni dalla notifica.
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