Si chiude con la conferma della condanna per i fratelli Maria Cristina e Fulvio Boccolini uno dei capitoli più complessi della vicenda giudiziaria legata alla presunta maxi tangente per il Pgt di Foppolo e Valleve. La Corte di Cassazione ha infatti annullato la decisione che aveva riaperto il processo, ripristinando il patteggiamento a due anni che i due avevano già accettato.
I Boccolini avevano ammesso di aver pagato 275 mila euro in contanti, sostenendo che il denaro fosse destinato all’allora senatore ed ex assessore provinciale all’Urbanistica Enrico Piccinelli per sbloccare alcune modifiche urbanistiche nei comuni della Val Brembana. Una versione che aveva portato inizialmente alla condanna del politico in primo grado.
Nel corso dell’udienza del 9 settembre 2021, Maria Cristina Boccolini aveva raccontato la consegna del denaro, spiegando che le banconote erano «per lo più da 500 euro» e sostenendo che l’ex assessore se le fosse «messe in tasca». La donna si era autoaccusata di aver gestito il pagamento per conto di alcuni imprenditori locali, trattenendo una parte della somma complessiva di 480 mila euro.
Il quadro giudiziario, tuttavia, è cambiato radicalmente nei gradi successivi di giudizio. Il 12 giugno 2023 la Corte d’appello di Brescia ha assolto Piccinelli “perché il fatto non sussiste”, ritenendo insufficienti gli elementi di prova per dimostrare che la presunta tangente fosse realmente arrivata al destinatario.
L’assoluzione è poi diventata definitiva il 27 ottobre 2023, chiudendo il procedimento nei confronti dell’ex senatore.
Proprio dopo questo ribaltamento processuale, i fratelli Boccolini hanno tentato di riaprire la propria posizione giudiziaria. I due avevano infatti ottenuto la revisione del processo e la revoca del patteggiamento, sostenendo che l’assoluzione del presunto destinatario della tangente dimostrasse l’inesistenza del fatto.
Il procuratore generale ha però impugnato la decisione davanti alla Corte di Cassazione, che ha annullato la revisione e ristabilito la condanna originaria. I due fratelli stanno attualmente scontando la pena con l’affidamento in prova ai servizi sociali.
Secondo la Suprema Corte, il patteggiamento e l’assoluzione dell’imputato principale non sono necessariamente incompatibili. Il contrasto tra le due decisioni non riguarda infatti la ricostruzione dei fatti, ma la valutazione dell’attendibilità delle dichiarazioni accusatorie.
I giudici hanno chiarito che la revisione del processo può essere concessa solo quando emerge una ricostruzione storica completamente diversa dei fatti, non quando il contrasto deriva da una diversa interpretazione delle prove.
Nel caso dei Boccolini, le loro stesse dichiarazioni sono state considerate una confessione pienamente valida nei loro confronti, sufficiente a sostenere la condanna.
Diversa la posizione di Piccinelli. Essendo stato chiamato in correità dagli accusatori, per una condanna sarebbero stati necessari riscontri esterni alle dichiarazioni dei corruttori, elementi che secondo i giudici non sono stati trovati.
La vicenda giudiziaria non è però del tutto conclusa. Dopo la propria assoluzione definitiva, Piccinelli ha denunciato i fratelli Boccolini per falsa testimonianza. La Procura ha già avviato un nuovo procedimento e disposto la citazione diretta a giudizio.
L’inchiesta originaria risale al 2014 e si inserisce nel contesto delle indagini nate dopo l’incendio doloso delle seggiovie di Foppolo, che portò alla luce diversi filoni investigativi legati alla gestione urbanistica del territorio.
In quella stessa vicenda è stato condannato anche l’ex sindaco di Foppolo Giuseppe Berera, con una pena di due anni e quattro mesi per corruzione.
La sentenza della Cassazione segna quindi un nuovo capitolo nella complessa storia giudiziaria della presunta tangente legata allo sviluppo edilizio della valle.
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