La boxe, tradizionalmente conosciuta come uno sport di combattimento, sta rivelando il suo lato più sorprendente grazie a studi innovativi condotti dalla Commissione medico-scientifica Studi e Ricerche della Federazione Pugilistica Italiana (FPI) presso l’Istituto Clinico Quarenghi di San Pellegrino Terme. Lontano dai riflettori del ring, i ricercatori stanno esplorando i benefici della boxe, non solo per gli atleti professionisti, ma anche per pazienti con malattie neurologiche come il Parkinson. L’idea di utilizzare la boxe come strumento terapeutico potrebbe sembrare inusuale, ma i risultati degli studi stanno mostrando evidenti miglioramenti nella qualità della vita di persone affette da questa malattia neurodegenerativa.
Istituto e Coppa Quarenghi: il ruolo
Il dottor Gianpietro Salvi, neurologo e presidente del Comitato Coppa Angelo Quarenghi, ha organizzato l’incontro annuale dal 4 al 6 aprile 2025 con l’obiettivo di approfondire le metodologie mediche più avanzate, mirando a sviluppare ricerche che possano avere applicazioni in diversi ambiti della medicina. I ricercatori stanno studiando tecniche come la neuroprotezione e l’uso di sensori digitali indossabili, che potrebbero rivoluzionare l’approccio terapeutico nei pazienti parkinsoniani.
La Commissione FIP
La suddetta Commissione FIP è guidata dal professor Mario Ireneo Sturla e consta di cinque componenti. Gli altri sono Italo Guido Riccagni, Responsabile Commissione medico-scientifica Studi e Ricerche della FPI; Stefano Mazzoleni, bioingegnere e professore associato presso il Politecnico di Bari e presso la Scuola IMT Alti Studi Lucca, e Riccardo Drago dell’Associazione Medico Sportiva di Pavia.
Un decalogo per la salute del cervello: la medicina sportiva applicata a tutti
La Commissione ha proposto un “decalogo per la neuroprotezione“, una serie di raccomandazioni per proteggere la salute neurologica. Queste linee guida non sono rivolte solo agli atleti, ma sono applicabili a chiunque voglia prevenire danni cerebrali. Le raccomandazioni includono uno stile di vita sano, una dieta equilibrata, l’integrazione/supplementazione, il sonno adeguato, l’allenamento cognitivo e la gestione dello stress. Il professor Sturla, un’autorità internazionale nel campo della medicina sportiva, ha sottolineato come l’applicazione di queste buone pratiche sia fondamentale non solo per i pugili, ma per chiunque pratichi sport o anche per i non sportivi. “Quello che abbiamo inserito in questo decalogo per la neuroprotezione, specifico per tutte quelle discipline a cui è associato il rischio di trauma cranico, e in particolare il pugilato, e quindi a patologie neurodegenerative, si potrebbe però applicare a chiunque”, ha dichiarato Salvi circa l’importanza di promuovere la salute cerebrale e la prevenzione delle malattie neurologiche.
Boxe e Parkinson: binomio inaspettato ma efficace
Un altro importante tema trattato durante l’incontro è stato l’uso della boxe come terapia per i pazienti affetti da Parkinson. Sembrerebbe un’accoppiata improbabile pensare a una disciplina fisica e potenzialmente violenta come il pugilato accostata a una malattia neurodegenerativa come il Parkinson. Tuttavia, la ricerca ha dimostrato che la “pre-boxe” (una pratica senza contatto) può avere effetti positivi nei pazienti. “La letteratura medica, ad oggi, dimostra già l’efficacia di questa disciplina (pre-boxe, senza contatto ndr) nel migliorare la qualità della vita, le funzioni motorie e cardiovascolari, prevenire altre patologie correlate come l’osteoporosi e ridurre l’uso dei farmaci”, ha dichiarato il professor Sturla, confermando i risultati positivi di questo approccio innovativo. Questo tipo di attività fisica potrebbe quindi migliorare significativamente le condizioni dei pazienti, oltre a ridurre l’assunzione di farmaci.
Il pericolo del taglio del peso nel pugilato
Un altro tema discusso con fermezza riguarda il controverso “taglio del peso” praticato da molti pugili prima degli incontri. La Commissione si è espressa chiaramente, definendo questa pratica un serio rischio per la salute degli atleti. “Noi, come Commissione, siamo unanimi nel ritenere questo un atto criminale che danneggia la salute dell’atleta. Oltre ai danni acuti che si potrebbero verificare durante il match, a lungo termine si espongono i pugili a patologie croniche”, ha dichiarato il professor Luca Pacciolla, medico nutrizionista dell’Associazione Medico Sportiva di Pavia. Questo richiamo alla sicurezza degli atleti è un invito a riflettere sulla necessità di proteggere la salute dei pugili, evitando pratiche che potrebbero avere conseguenze gravi e durature.
L’approccio multidisciplinare alla medicina sportiva
Le ricerche e gli studi condotti dalla Commissione medico-scientifica della FPI sono un esempio concreto di come la medicina sportiva possa evolversi per rispondere a nuove esigenze, non solo per i pugili, ma anche per la popolazione generale. I benefici della boxe e delle sue applicazioni terapeutiche sono un’ulteriore dimostrazione di come la scienza possa andare oltre le convenzioni, mettendo in luce nuove possibilità per il trattamento e la prevenzione di malattie neurologiche. L’approccio multidisciplinare, che unisce neurologia, medicina sportiva e tecnologie innovative, sta aprendo la strada a nuove soluzioni che potrebbero cambiare il futuro della medicina preventiva.
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