È partita ufficialmente la corsa al “bonus mamme”, la misura di sostegno economico prevista per le lavoratrici madri con almeno due figli e un reddito annuo inferiore ai 40mila euro. Il contributo consiste in un’integrazione di 40 euro al mese per un anno, da richiedere entro il 9 dicembre 2025, e interessa circa 20mila donne nella sola provincia di Bergamo, secondo una stima elaborata dal Dipartimento Welfare della Cgil.
A differenza dell’edizione precedente, la domanda dovrà essere presentata direttamente all’Inps – tramite SPID, CIE, CNS o con l’assistenza di un patronato – e non più attraverso il datore di lavoro, come avveniva nel 2024. Una novità che ha spinto molte aziende del territorio ad avvisare le proprie dipendenti e ha acceso anche il dibattito tra i sindacati, che da una parte apprezzano l’attenzione al tema della genitorialità, dall’altra contestano l’approccio a “bonus” temporanei e poco inclusivi.
Chi ha diritto al bonus
La misura si rivolge a:
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Lavoratrici dipendenti (escluse colf e badanti),
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Lavoratrici autonome iscritte a gestioni previdenziali obbligatorie,
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Interinali e lavoratrici con contratto a chiamata.
È necessario avere almeno due figli, con il più giovane non ancora decenne. Per le madri con tre o più figli, è previsto anche un esonero contributivo esteso fino al compimento dei 18 anni del figlio più piccolo. Il beneficio cessa automaticamente in caso di perdita del lavoro.
I nodi critici: esclusioni e limiti
Per Orazio Amboni (Cgil Bergamo), «l’esclusione delle lavoratrici domestiche è inaccettabile», così come l’impostazione a bonus che «non affronta il tema in modo strutturale». Preoccupa anche l’incertezza legata al limite di reddito: se una lavoratrice supera i 40mila euro a fine anno, non è ancora chiaro se e come dovrà restituire quanto ricevuto. Un vuoto normativo che l’Inps non ha ancora colmato nella propria circolare.
Anche la Cisl Bergamo, con Candida Sonzogni, invita attraverso L’Eco di Bergamo a un cambio di approccio: «Misure come l’assegno unico andrebbero potenziate, soprattutto nella componente legata alla condizione lavorativa di entrambi i genitori. Serve una strategia più ampia e stabile, non l’ennesima corsa a scadenze diverse per sussidi che possono sparire da un anno all’altro».
Sulla stessa linea la Uil, con Pasquale Papaianni, che sottolinea come «queste misure non siano risolutive». Pur riconoscendo un impatto positivo nel breve periodo, il rappresentante del sindacato evidenzia che la discontinuità normativa crea incertezza tra le lavoratrici e ricorda come lo scorso anno fossero stati avviati ricorsi contro l’esclusione delle lavoratrici a tempo determinato, oggi finalmente ammesse.
Seconda finestra nel 2026
Chi matura i requisiti dopo il 9 dicembre 2025, potrà comunque accedere alla misura grazie a una seconda finestra, con domande fino al 31 gennaio 2026 e pagamenti attivi da febbraio dello stesso anno. Il bonus non è soggetto a tassazione e non incide sull’Isee, rendendolo quindi compatibile con altre misure di sostegno.
Un’occasione, ma non una soluzione
Nel complesso, il bonus mamme si presenta come un’opportunità concreta per molte lavoratrici, ma non risolve i problemi strutturali legati alla natalità e alla conciliazione tra vita e lavoro, secondo le sigle sindacali. In un contesto in cui la denatalità e il disagio economico delle famiglie restano temi centrali, si invoca una politica più organica e continuativa.
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