A Bergamo, mentre i dati sull’occupazione mostrano segnali incoraggianti, un’altra realtà preoccupa: quasi 20mila giovani tra i 15 e i 29 anni sono Neet, ovvero non studiano, non lavorano e non seguono percorsi di formazione. Un fenomeno silenzioso e sottovalutato che colpisce l’11,3% della popolazione giovanile locale, secondo i microdati Istat elaborati da Unioncamere Lombardia.
Un valore inferiore alla media nazionale (16,1%), ma che non deve rassicurare. “Dietro i numeri si nasconde un disagio sociale diffuso”, avverte Francesco Chiesa, segretario provinciale Nidil-Cgil, con delega alle politiche giovanili. “Parliamo di adolescenti che lasciano la scuola in silenzio e si isolano, senza prospettive e senza relazioni. Serve molto più di qualche evento ricreativo: serve una strategia di inclusione vera”.
Contrasto tra crescita occupazionale e precarietà
Nel 2024, la provincia di Bergamo ha registrato 6.945 nuove posizioni lavorative, con un trend positivo rispetto all’anno precedente. Tuttavia, il 67% dei contratti è part-time, con picchi nei settori del commercio e dei servizi. Solo un terzo delle assunzioni avviene a tempo pieno. Per Chiesa, “il contratto stabile da solo non basta più: bisogna garantire qualità del lavoro e percorsi di crescita reale”.
Formazione e futuro: un divario che si allarga
La scelta tra università e ingresso diretto nel mondo del lavoro condiziona profondamente il futuro dei giovani. Chi punta sulla formazione, anche a costo di precarietà iniziale, ha maggiori chance di stabilità nel lungo periodo. Al contrario, i giovani con bassa qualifica professionale rischiano di restare intrappolati in lavori poveri, senza prospettive di carriera.
In molti scelgono l’estero. “La fuga di cervelli è doppia”, spiega Chiesa a Bergamonews. “Da un lato i laureati, dall’altro chi parte per cercare dignità in lavori non qualificati che qui non garantiscono tutele”.
Politiche giovanili inadeguate
Secondo Chiesa, le politiche per i giovani in Italia e a Bergamo sono troppo spesso associate esclusivamente al tempo libero. “Servono invece politiche trasversali e integrate in ogni scelta urbanistica, sociale, economica. Quando si investe in edilizia o in sanità, bisogna chiedersi che impatto avranno quelle scelte sui giovani”.
Una strategia concreta potrebbe includere percorsi di formazione continua, incentivi al rientro dei giovani emigrati e politiche migratorie capaci di attrarre lavoratori qualificati dall’estero, con garanzie di diritti e formazione. La sfida, conclude Chiesa, è non perdere un’intera generazione in un momento storico in cui, paradossalmente, il ricambio demografico renderebbe i giovani più richiesti che mai.
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