Simone Moro: “L’alpinismo non è finito, serve il coraggio di tornare all’esplorazione”

Nel suo nuovo libro «Gli ottomila al chiodo», l’alpinista bergamasco riflette sul presente e sul futuro della montagna tra spedizioni commerciali e sogni di libertà

L’alpinismo non è morto, ma per restare vivo ha bisogno di ritrovare il coraggio dell’esplorazione. È questo il messaggio che attraversa «Gli ottomila al chiodo», il quattordicesimo libro firmato da Simone Moro, alpinista bergamasco tra i più noti al mondo, unico ad aver compiuto quattro prime invernali su altrettanti ottomila. Un titolo che sembra annunciare un addio, ma che in realtà racchiude una profonda riflessione sul senso dell’andare in montagna oggi.

“Non mi ritiro affatto”, chiarisce Moro a L’Eco di Bergamo, smentendo qualsiasi ipotesi di addio alle vette. Il “chiodo”, semmai, riguarda una certa idea romantica e pionieristica dell’alpinismo, quella che sta lasciando sempre più spazio alle spedizioni commerciali, organizzate in ogni dettaglio, e a scalatori sempre meno preparati e sempre più dipendenti da supporti esterni.

Moro non punta il dito contro il turismo d’alta quota, consapevole che queste spedizioni rappresentano una fonte essenziale di reddito per le popolazioni del Nepal, ma invita a non confondere la montagna con un parco divertimenti, dove la sfida interiore e l’autonomia vengono sostituite da pacchetti preconfezionati. «L’alpinismo è libertà», afferma, e per ritrovarla basta evitare i mesi di massimo affollamento come aprile e maggio.

Nonostante l’apparente declino di un certo stile, non mancano segnali di speranza. Moro cita nomi come François Cazzanelli e Matteo Della Bordella, alpinisti che scelgono strade meno battute, alla ricerca di cime ancora vergini e vie nuove, anche lontane dagli ottomila. Esistono migliaia di montagne tra i seimila e settemila metri che offrono scenari ancora inesplorati, terreni ideali per un alpinismo che non si piega alle regole del mercato.

E proprio sulle nuove regole introdotte da Nepal e Cina – obbligo di guida e ossigeno sopra i 7.000 metri – Moro è netto: «Sono norme assurde, ma inevitabili, visto il livello medio di inesperienza di chi oggi tenta quelle salite». Per il bergamasco, la montagna non perdona improvvisazioni, e la chiave per non pagarne il prezzo più alto è saper rinunciare, anche quando il sogno è lì, a pochi passi.

A mantenerlo legato alla montagna è soprattutto lo sguardo curioso e idealista che ha sempre guidato la sua carriera. «Scrivere è come salire», spiega Moro, presentando un libro che non è solo una cronaca d’alta quota, ma una chiamata al pensiero e alla responsabilità. Un invito ai giovani a guardare la montagna con gli occhi dei pionieri, ma anche con il rispetto e la consapevolezza di chi sa che la sfida vera è contro se stessi, non contro il tempo o la vetta.

Redazione

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