Master tessile a Bergamo: nuove competenze da lettere a ingegneria

Il settore tessile in cerca di innovazione forma profili ibridi con il master universitario in Tecnologie e processi della filiera

Formazione trasversale per un settore in evoluzione

La decima edizione del master in Tecnologie e processi della filiera tessile, promosso dall’Università di Bergamo, è stata presentata il 19 settembre durante un evento al campus di Ingegneria. Il corso, rivolto a profili provenienti da percorsi formativi non tradizionali, si conferma uno strumento fondamentale per colmare il divario tra domanda e offerta di competenze tecniche nel comparto tessile.

Come ha spiegato il professor Stefano Dotti, responsabile del corso, «chi partecipa arriva spesso da ambiti diversi, come lettere, economia, marketing o comunicazione, ma già lavora nel tessile o si avvicina al settore solo successivamente». Questo approccio è reso necessario anche dalla cronica carenza di periti tessili e dall’assenza di percorsi universitari dedicati, che obbliga le imprese a formare internamente nuovi addetti specializzati.

L’ibridazione delle competenze, chiave dell’innovazione

Durante l’incontro, è stata organizzata una lezione aperta sull’innovazione nel tessile, a cui hanno partecipato ex studenti del master, startup e centri di ricerca. Al centro del dibattito, l’importanza delle figure ibride, in grado di coniugare creatività, tecnologia e competenze trasversali.

Giorgia Carissimi, responsabile Innovazione e Sostenibilità di Albini Next, ha sottolineato come l’open innovation nasca proprio dal confronto tra professionisti con background differenti. «Ci contaminano le competenze di chi arriva da altri settori e Paesi– ha spiegato – anche se avviare collaborazioni è ancora complicato per via della diffidenza diffusa». In molti casi, progetti sviluppati non sono immediatamente applicabili al core business aziendale, ma trovano spazio in nuovi mercati o contesti.

Startup e nuovi materiali: tessile oltre il tessile

Dall’esperienza pratica emerge l’importanza di guardare oltre la filiera tradizionale. È il caso di Pulvera, startup brianzola spin-off della Casati Flock, che ha reinventato lo scarto tessile.

Eleonora Casati, CEO e co-fondatrice, racconta: «Polverizziamo gli scarti e li trasformiamo in nuovi materiali, ma non torniamo più al filato: li vendiamo per il packaging, l’edilizia o l’automotive». Una strategia di diversificazione applicativa che risponde all’esigenza di sostenibilità e all’evoluzione della domanda.

Un altro esempio arriva dalla monzese Comftech, che ha trasformato una tecnologia nata in ambito militare durante la guerra del Golfo in smart textiles per il monitoraggio medico e sportivo. La CEO, Alessia Moltani, vive quotidianamente la sfida di lavorare tra stilisti e ingegneri di nanotecnologie, un esempio perfetto di contaminazione tra settori.

Dalla Val Gandino all’e-commerce: la crescita di Dalfilo

Dalfilo, startup con sede nella Val Gandino, dimostra come la sinergia tra team multidisciplinari possa portare a risultati concreti anche nel digitale. In soli tre anni, l’azienda specializzata nell’e-commerce di biancheria per la casa è passata da 10.000 a 54.000 ordini, lavorando con terzisti locali e puntando su un modello produttivo agile.

Eva Cremaschi, product manager, evidenzia l’importanza del team: «Siamo in 30, tutti giovani e con competenze differenti. Il progetto cresce grazie alla visione condivisa». Un altro esempio di come il tessile contemporaneo non possa più fare affidamento solo su competenze tecniche tradizionali, ma necessiti di contaminazioni culturali, digitali e gestionali.

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