Ottobre, nella cultura bergamasca, è un mese di passaggio, ma anche di abbondanza. Conosciuto localmente come “Utùer”, segna la chiusura della bella stagione e l’apertura di un periodo di raccolta, con i boschi che si tingono di rosso e arancio e la campagna che restituisce i suoi frutti: castagne, funghi, vino e sapori autentici della terra. Insieme a tutto questo, non mancano i proverbi, espressione della saggezza popolare, che offrono spunti agricoli, previsioni meteorologiche e riferimenti culinari, spesso dimenticati ma ancora vivi nei borghi e nelle valli.
I bertù: i ravioli con “le orecchie d’asino”
Tra i protagonisti gastronomici di ottobre ci sono loro: i “bertù”, ravioli giganti simili agli scarpinòcc, preparati con pasta fresca e farcitura rustica. Il nome deriva dal gergo gaì e significa “orecchie d’asino”, per via della forma particolare che richiama proprio quelle del mulo.
Una delle occasioni migliori per assaggiarli è la festa della Madonna del Rosario, il 7 ottobre a San Lorenzo di Rovetta, durante la quale si tiene una processione molto sentita dalla comunità. In quella giornata, i bertù si gustano caldi, conditi con burro fuso e salvia, diventando simbolo di devozione e convivialità.
Uccelli, santi e polenta: la caccia secondo tradizione
L’arrivo di ottobre coincide con la stagione della “passada”, ovvero il periodo di passaggio degli uccelli migratori, molto atteso dagli appassionati di caccia. La tradizione bergamasca lo celebra con numerosi proverbi legati all’uccellagione, un tempo pratica diffusa in tutta la provincia.
Già dal 4 ottobre, giorno di San Francesco, si dice che “iè i òsei a ’ndà de mès”, cioè che gli uccelli iniziano a spostarsi. Pochi giorni dopo, intorno al 6 ottobre, si recita “a San Brünù dùrcc a muntù”, per indicare la presenza dei tordi, spesso destinati a finire sulla tavola accanto alla polenta fumante. Il 15 ottobre, giorno di Santa Teresa, si registrano le “lódole a distesa”, ovvero il passaggio abbondante delle allodole, anch’esse cacciate e cucinate un tempo nelle case contadine.
Meteo e semina: i proverbi che guidano il lavoro dei campi
Nella tradizione contadina, ottobre è anche il mese in cui si decide quando e come seminare, seguendo l’andamento del cielo e i detti popolari. Per esempio, il 16 ottobre, giorno di San Gallo, il proverbio ammonisce: “ol dé de San Gal sömna sènsa fal” (semina senza sbagliare). Se quel giorno c’è bel tempo, si dice che “a l’fa bèl tép fina a Nedàl”, cioè durerà fino a Natale.
Per chi è in ritardo, c’è ancora il 18 ottobre, San Luca, ma guai a perdere anche questa data: “chi no sómna per Sal Löca, de la rabia l’sa spelöca” (chi non semina per San Luca, dalla rabbia si strappa i capelli). Anche il terreno bagnato non giustifica ritardi: “söcc o bagnàt, per San Löca töt sömnàt”, tutto va seminato, asciutto o bagnato che sia.
Castagne, santi e memoria popolare
Ottobre è anche tempo di raccolta delle castagne, spesso ricordata nei detti come “castègne e zét per i strade”, un’immagine viva che ritrae bambini e anziani intenti a raccogliere i frutti tra i boschi e le mulattiere. La Madonna del Rosario, celebrata il 7 ottobre, è anche un’occasione storica: istituita dopo la battaglia di Lepanto del 1571, vide la partecipazione anche di bergamaschi sulle galee veneziane, aggiungendo un elemento identitario e religioso alla celebrazione.
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