Carcere, emergenza sociale al centro del dibattito a Bergamo

La direttrice della casa circondariale di via Monte Gleno lancia un appello: il sovraffollamento svuota la funzione rieducativa della pena

Il carcere come contenitore delle fragilità sociali che la società non riesce più a gestire. È questo il cuore della riflessione proposta da Antonina D’Onofrio, direttrice della casa circondariale di Bergamo, che interviene nel dibattito aperto dall’appello della sindaca Elena Carnevali al governo e al Ministero della Giustizia. Una presa di posizione che riporta al centro il tema del sovraffollamento carcerario e della progressiva perdita di dignità del sistema penitenziario.

Secondo la direttrice, gli istituti di pena stanno vivendo una fase storica inedita, nella quale finiscono per accogliere problemi che nascono ben prima del reato: marginalità, disagio psichico, dipendenze, assenza di reti familiari e sociali. Non si tratta, sottolinea, di un atto di accusa, ma di una constatazione che impone una riflessione collettiva. Quando il carcere diventa la risposta primaria all’emergenza sociale, rischia di smarrire la sua funzione costituzionale, quella di accompagnare le persone che hanno commesso un reato in un percorso di responsabilizzazione e reinserimento.

I numeri della casa circondariale di via Monte Gleno restituiscono con chiarezza la dimensione del problema. A fronte di una capienza regolamentare di 319 posti, i detenuti presenti sono 594, un dato che sfiora il doppio delle possibilità strutturali. A questo si aggiungono gravi carenze di organico, che riguardano la polizia penitenziaria, gli educatori, il personale sanitario e quello amministrativo. Una pressione costante che rende sempre più complessa la gestione quotidiana e incide direttamente sulle condizioni di vita all’interno dell’istituto.

La sindaca Carnevali ha definito la situazione “un’emergenza da affrontare con decisione e responsabilità”, chiedendo interventi urgenti e investimenti strutturali, in particolare sulle misure alternative alla detenzione. Un richiamo che ha trovato piena sintonia nelle parole della direttrice D’Onofrio, la quale invita a non accettare che il carcere venga ridotto a un luogo di mera custodia.

Sempre più spesso, spiega la direttrice, arrivano in carcere giovani adulti e persone con disturbi comportamentaliche non hanno trovato risposte adeguate sul territorio. Mancano soluzioni abitative, percorsi di cura, opportunità lavorative e servizi di supporto. In questo vuoto, il carcere finisce per diventare l’ultimo approdo, un “contenitore” dell’emergenza sociale che riflette le fragilità dell’intero sistema.

Nonostante le criticità, D’Onofrio sottolinea  a L’Eco di Bergamo anche gli elementi di tenuta: operatori stanchi ma motivati, professionalità che lavorano con discrezione e senso di responsabilità, una rete di realtà esterne e una comunità cittadina che non ha mai fatto mancare la propria vicinanza. In questo contesto, emerge con forza il tema della prevenzione, indicata come leva fondamentale: educazione alla non violenza, attenzione ai rapporti familiari, ruolo della scuola e qualità della comunicazione sociale.

A rafforzare il quadro interviene anche la Camera penale di Bergamo, che da anni denuncia una politica penale ritenuta miope e incapace di affrontare il nodo dell’esecuzione della pena. Secondo gli avvocati penalisti, l’inasprimento delle sanzioni e l’assenza di interventi deflattivi di lungo periodo contribuiscono a riempire le carceri di persone fragili, trasformando gli istituti in vere e proprie “discariche sociali”.

Il sovraffollamento, spiegano, si accompagna a un drammatico sottodimensionamento delle figure chiamate a garantire la rieducazione e la sicurezza, con effetti diretti sull’aumento della recidiva. In queste condizioni, il carcere non produce maggiore sicurezza, ma rischia di amplificare il disagio, fino agli esiti più estremi. Il tema del suicidio in carcere viene indicato come una ferita aperta, che colpisce soprattutto i detenuti più deboli.

Nel dialogo con le istituzioni, la Camera penale continua a sostenere strumenti come il lavoro all’esterno e un maggiore accesso alle misure alternative, considerate essenziali per il reinserimento e drasticamente diminuite nel corso del 2025 a Bergamo. Un confronto che mira almeno a mitigare un’emergenza che, sempre più chiaramente, non è solo penitenziaria ma sociale.

Redazione

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