Morte dopo sedazione, medico smentisce i familiari: “Mai parlato di nesso causale”

A processo due medici per la morte di Jason Mensah Brown, deceduto dopo sei mesi in stato vegetativo. La dottoressa chiarisce: "Solo una correlazione temporale, non causale"

Si è svolta una nuova udienza del processo per la morte di Jason Mensah Brown, il 23enne ghanese deceduto il 13 febbraio 2020, dopo sei mesi in stato vegetativo. Al centro dell’accusa, la somministrazione del Midazolam nel pronto soccorso di Alzano Lombardo, che avrebbe causato arresto respiratorio e cardiaco il 24 luglio 2019. A rispondere di omicidio colposo sono due medici in servizio quel giorno: F. P., psichiatra di 40 anni, e A. M., 46 anni, che lo presero in cura.

Il farmaco e la somministrazione contestata

Secondo l’accusa, il Midazolam – un sedativo di largo utilizzo in emergenza – sarebbe stato somministrato per via endovenosa e troppo rapidamente, senza la presenza di un rianimatore e di un cardiologo. Quando il giovane ha avuto complicazioni respiratorie e cardiache, è stato necessario l’intervento d’urgenza per somministrare l’antagonista del farmaco. Successivamente, Jason è stato trasferito all’ospedale di Treviglio, dove è rimasto in coma fino al decesso.

La testimonianza in aula: “Mai parlato di nesso causale”

Nell’udienza di ieri, ha testimoniato la dottoressa in servizio in terapia intensiva a Treviglio, che ha seguito il giovane dopo il trasferimento. La sua dichiarazione ha smentito quanto affermato nella scorsa udienza dal fratello della vittima, secondo cui sarebbe stata lei a suggerire che il Midazolam avesse causato l’arresto cardiaco. “Non ho mai parlato di nesso causale tra la somministrazione del farmaco e il successivo arresto cardiaco. Ho solo evidenziato una correlazione temporale tra i due eventi”, ha chiarito la dottoressa rispondendo alle domande dei legali.

Il Midazolam: farmaco d’uso comune

Un altro medico sentito in aula ha confermato che il Midazolam è ampiamente utilizzato nelle emergenze e considerato sicuro, anche grazie alla disponibilità di un antagonista che può invertire i suoi effetti.

Il processo prosegue per determinare se vi siano state negligenze nella somministrazione del sedativo e se il farmaco abbia avuto un ruolo diretto nel peggioramento delle condizioni del giovane.

Redazione

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