Si chiude con una sentenza che divide il processo per l’omicidio di Luciano Muttoni, il 57enne ucciso a Valbrembo nel marzo 2025. La Corte d’assise ha condannato Carmine De Simone a 23 anni e mezzo e Mario Vetere a 16 anni di reclusione, accogliendo in parte le richieste delle difese e discostandosi dalla richiesta dell’accusa, che aveva sollecitato l’ergastolo per entrambi.
La decisione è arrivata al termine di una camera di consiglio durata meno di un’ora. I giudici hanno riconosciuto le circostanze attenuanti generiche, ritenute equivalenti alle aggravanti per De Simone e prevalenti per Vetere, oltre alla continuazione tra i reati contestati. Le motivazioni della sentenza saranno depositate entro 90 giorni.
Il pubblico ministero Letizia Ruggeri aveva ricostruito un quadro accusatorio particolarmente grave, sottolineando elementi come la minorata difesa della vittima, dovuta all’età e alle condizioni di salute, e il fatto che l’omicidio fosse avvenuto durante una rapina. La sera del 7 marzo 2025, i due imputati si erano introdotti nell’abitazione di Muttoni con passamontagna, un coltello e una pistola.
Secondo quanto emerso in aula, De Simone avrebbe colpito la vittima alla testa con il calcio dell’arma, mentre entrambi lo avrebbero aggredito fisicamente prima di fuggire con un bottino esiguo: circa 50 euro, alcune carte bancomat e l’auto dell’uomo. Muttoni fu lasciato ferito in casa e morì dopo un’agonia durata circa 36 ore, venendo ritrovato solo due giorni dopo.
Un elemento che pesa profondamente nel giudizio dei familiari. La reazione dei parenti è stata di forte delusione, con parole che esprimono incredulità e dolore per una pena ritenuta non proporzionata alla gravità dei fatti. Alcuni di loro, presenti in aula, hanno sottolineato come sarebbe bastato un gesto minimo per salvare la vita del loro congiunto.
Le dichiarazioni dei familiari evidenziano anche la difficoltà di comprendere le dinamiche giudiziarie. La scelta della Corte di concedere attenuanti ha portato a pene significativamente inferiori rispetto all’ergastolo richiesto, alimentando un senso di ingiustizia tra i parenti della vittima.
Dall’altra parte, la lettura della sentenza ha suscitato reazioni opposte tra gli imputati e i loro sostenitori. I due giovani, di 24 e 25 anni, hanno accolto il verdetto con sollievo, interpretando la decisione come una possibilità di futuro, pur nella responsabilità delle azioni commesse.
Il caso resta emblematico per la sua dinamica e per le conseguenze. L’omicidio, maturato nel contesto di una rapina, ha evidenziato una violenza sproporzionata rispetto al bottino, elemento che ha inciso profondamente nella percezione pubblica del fatto.
Ora si attende il deposito delle motivazioni, che chiariranno nel dettaglio il percorso logico-giuridico seguito dai giudici. Il processo si chiude così con una sentenza che, pur definitiva in primo grado, lascia aperto il dibattito tra giustizia formale e percezione delle vittime, tema ricorrente nei casi di cronaca più complessi.
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