Pamela Genini, scontro sulle indagini: la difesa di Dolci chiede la retrodatazione dell’iscrizione

Nuovo capitolo nell’inchiesta sul vilipendio del cadavere di Pamela Genini. Gli avvocati di Francesco Dolci contestano i tempi dell’iscrizione nel registro degli indagati, mentre emergono dettagli sui filmati del cimitero e sul profilo psicologico tracciato dagli esperti del Racis.

Pamela Genini

 L’inchiesta sulla profanazione della tomba di Pamela Genini entra in una fase delicata, segnata da un acceso confronto tra accusa e difesa. Al centro della vicenda c’è Francesco Dolci, impresario di Sant’Omobono e unico indagato per il presunto vilipendio della giovane uccisa a Milano il 14 ottobre 2024 dall’ex fidanzato Gianluca Soncin.

I legali dell’uomo, Eleonora Prandi e Isabella Colombo, contestano la data di iscrizione nel registro degli indagati, sostenendo che avrebbe dovuto essere formalizzata il 26 marzo e non il 5 maggio. Una differenza temporale che potrebbe avere conseguenze rilevanti sul piano processuale.

La battaglia sulle date

Secondo la difesa, alcuni elementi raccolti dagli investigatori avrebbero già delineato una posizione precisa nei confronti di Dolci prima del 5 maggio. Per questo motivo è stata avanzata al giudice la richiesta di retrodatazione dell’iscrizione.

L’eventuale accoglimento potrebbe rendere inutilizzabili alcune attività investigative svolte successivamente, incidendo sul materiale probatorio raccolto dagli inquirenti.

La questione è stata affrontata davanti al Tribunale del Riesame durante l’udienza relativa al ricorso contro il sequestro disposto nella proprietà dell’indagato, dove i carabinieri hanno acquisito telefoni cellulari, un coltello, materiale edile, documenti fotografici e alcuni manoscritti.

I video del cimitero sotto la lente

Uno degli elementi centrali dell’inchiesta è rappresentato dai filmati registrati nel cimitero di Strozza, dove si trova il loculo di Pamela Genini.

Le immagini documentano diverse visite di Dolci tra il 16 e il 23 marzo. In particolare, gli investigatori attribuiscono importanza ad alcuni comportamenti ritenuti anomali.

Il 16 marzo l’uomo si sarebbe limitato a osservare il cimitero dall’esterno, trovandolo chiuso per lavori. Più significativa, secondo gli inquirenti, la presenza notturna del 18 marzo, quando si sarebbe trattenuto nei pressi del cancello per diversi minuti.

Nei giorni successivi, Dolci viene ripreso mentre si reca più volte davanti al loculo della giovane, accende un cero votivo, visita il cimitero insieme alla madre e osserva ripetutamente alcune zone della lapide.

La questione della presunta “firma”

L’attenzione degli investigatori si concentra soprattutto sulla parte superiore della lapide, dove sarebbero stati individuati elementi estranei rispetto alla struttura originaria: un tassello con rondella, un fischer e tracce di silicone grigio.

Secondo la Procura, questi particolari potrebbero rappresentare una sorta di “firma” lasciata dall’autore della profanazione.

Le fotografie acquisite dagli inquirenti collocano l’apparizione di questi elementi tra il 27 ottobre e il 2 novembre 2024, periodo nel quale si sarebbe verificata la violazione del sepolcro.

Gli investigatori ritengono significativo il fatto che Dolci abbia mostrato interesse per quella specifica area della lapide già prima che la vicenda diventasse pubblica.

La versione di Dolci

L’indagato respinge ogni interpretazione accusatoria e fornisce una spiegazione completamente diversa dei suoi comportamenti.

“Toccavo la lapide per far capire a Pamela che ero lì e che non era sola”, sostiene.

Secondo Dolci, le sue visite al cimitero erano esclusivamente legate al rapporto affettivo che lo legava alla giovane. Anche l’osservazione della lapide non avrebbe avuto alcun significato investigativo.

“Mi sono accorto di quei particolari soltanto a Pasqua. Guardavo spesso le montagne di fronte, dove andavamo a camminare insieme”, ha dichiarato.

L’uomo continua a professarsi estraneo ai fatti e sostiene che le indagini dovrebbero concentrarsi su altri ambienti.

Il profilo elaborato dagli esperti del Racis

Nel fascicolo compare anche una relazione redatta dagli specialisti del Racis, il Raggruppamento Carabinieri Investigazioni Scientifiche.

Secondo gli esperti, il responsabile della profanazione sarebbe una persona caratterizzata da forte determinazione, capacità organizzativa e controllo emotivo, in grado di agire con lucidità anche in situazioni complesse.

Il movente ipotizzato viene collegato a una possibile esigenza di dominio simbolico e di mantenimento del legame con la vittima anche dopo la morte.

Un’azione pianificata e complessa

Gli accertamenti evidenziano inoltre la notevole difficoltà materiale dell’operazione. Lo spostamento della bara, il taglio dell’involucro metallico e le successive operazioni di richiusura avrebbero richiesto forza fisica, strumenti adeguati e competenze tecniche.

Per questo motivo la relazione non esclude il coinvolgimento di più persone, con ruoli differenti tra chi avrebbe ideato il gesto e chi avrebbe partecipato materialmente alla sua esecuzione.

Gli investigatori ritengono plausibile che l’autore conoscesse bene il cimitero di Strozza e le modalità per accedere all’area durante le ore notturne.

Attesa per le decisioni del tribunale

Nelle prossime settimane saranno attese le decisioni del Riesame sia sul sequestro sia sulla richiesta di retrodatazione avanzata dalla difesa.

Si tratta di passaggi che potrebbero influenzare in maniera significativa il prosieguo dell’inchiesta su uno dei casi che più hanno colpito l’opinione pubblica negli ultimi mesi.

Redazione

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