Rsa bergamasche, quasi tremila anziani attendono un posto

La rete assistenziale cerca nuove soluzioni per fronteggiare l’aumento delle fragilità: 2.867 anziani nel limbo, il sistema usa servizi alternativi

Rsa, quasi tremila anziani in attesa 

Sono numeri che raccontano un bisogno ancora molto forte quello delle Rsa bergamasche. Attualmente circa 6 mila anziani vivono nelle case di riposo della provincia, mentre altri 2.867 cittadini risultano in lista d’attesa per poter accedere a una struttura.

Il rapporto evidenzia una situazione significativa: per ogni due anziani già accolti in una Rsa, ce n’è quasi uno che attende ancora un posto disponibile.

Secondo l’ultimo monitoraggio pubblicato sul sito dell’Ats e aggiornato alla fine di maggio, il numero delle persone in attesa è comunque in diminuzione rispetto agli anni precedenti. Fino a pochi anni fa, infatti, gli utenti in coda superavano quota 3 mila, mentre nel 2022 si arrivava a circa 3.500 richieste.

Liste d’attesa, turnover più rapido

La riduzione delle persone in attesa non dipende da una diminuzione del bisogno, ma da una trasformazione del sistema assistenziale. Gli operatori spiegano infatti che il tempo di permanenza nelle strutture si è accorciato perché gli anziani che entrano oggi presentano condizioni sanitarie più complesse.

È cambiato quindi il profilo degli ospiti delle Rsa: non si tratta più, come accadeva in passato, di persone che trascorrono molti anni in casa di riposo, ma soprattutto di anziani con fragilità elevate e bisogni assistenziali più intensi.

La ricerca di un posto resta comunque una delle principali difficoltà per le famiglie. Spesso sono necessari mesi, e in alcuni casi anche oltre un anno, prima di trovare una soluzione adeguata.

Nel frattempo molti familiari diventano caregiver, cercano una badante oppure fanno affidamento sui servizi domiciliari disponibili sul territorio.

Un ulteriore dato riguarda le domande presentate: sono 12.814 quelle complessivamente giacenti, considerando che ogni persona può fare richiesta presso più strutture. In media corrispondono a circa 4-5 candidature per ciascun anziano.

Il ruolo delle Rsa: non sono l’unica risposta 

Per Edoardo Manzoni, presidente dell’Associazione San Giuseppe, che riunisce circa trenta Rsa bergamasche di ispirazione cattolica, il tema deve essere affrontato considerando l’intero sistema dei bisogni della popolazione anziana.

«L’Rsa è una delle risposte, ma non l’unica», sottolinea Manzoni, evidenziando la necessità di sviluppare sul territorio servizi alternativi capaci di sostenere le famiglie.

Secondo il presidente dell’associazione, negli ultimi anni è profondamente cambiato il tipo di persona che accede alle strutture: oggi le Rsa accolgono soprattutto anziani estremamente fragili.

«Il tasso di ingravescenza delle persone ospitate nelle Rsa è più alto di un tempo», spiega Manzoni, sottolineando che questa situazione porta a una riduzione della permanenza media, soprattutto tra gli uomini.

Posti letto, l’invecchiamento cresce di più

I posti letto disponibili sono aumentati: quelli contrattualizzati sono cresciuti del 6% negli ultimi dieci anni. Tuttavia, secondo gli operatori, questo incremento non riesce a compensare il progressivo invecchiamento della popolazione.

Per questo motivo il sistema punta sempre di più sul potenziamento dei servizi complementari.

Negli ultimi vent’anni è stata costruita una rete di interventi definiti “tampone”, composta da centri diurni e assistenza domiciliare, con l’obiettivo di ritardare il più possibile l’ingresso definitivo in struttura.

Fondazione Carisma: servizi intermedi e domiciliari

Fabrizio Lazzarini, direttore generale della Fondazione Carisma, la più grande Rsa della provincia di Bergamo con circa 500 posti letto, evidenzia il ruolo fondamentale dei servizi territoriali.

«Non è sufficiente per azzerare la domanda, ma permette di posticipare l’ingresso», spiega Lazzarini parlando della rete di assistenza alternativa.

Anche la permanenza media nelle strutture si è ridotta sensibilmente: circa la metà degli ospiti resta meno di un anno, con una media di circa 6 mesi.

Questo cambiamento, secondo il direttore generale, caratterizza oggi l’intervento assistenziale soprattutto nelle situazioni di maggiore gravità e terminalità.

La collaborazione tra strutture 

Un altro elemento considerato importante è il coordinamento tra le diverse strutture.

Secondo don Luigi Zanoletti, presidente dell’Uneba Bergamo, associazione nazionale di riferimento per il non profit sociosanitario, negli ultimi anni è migliorata la gestione delle richieste multiple.

Le Rsa vicine tra loro hanno creato sistemi di orientamento per aiutare gli utenti: quando una struttura non dispone di posti liberi, può indirizzare la famiglia verso una casa di riposo vicina con tempi di attesa più brevi.

Tuttavia, scegliere una struttura specifica può comportare tempi più lunghi.

Attesa media di sei mesi per l’ingresso

Anche Mirko Gaverini, presidente dell’Acrb, l’Associazione case di riposo bergamasche che riunisce circa trenta strutture di impostazione laica, conferma una maggiore velocità nella rotazione degli ingressi.

«Mediamente, nell’arco di sei mesi si ha una proposta», afferma Gaverini, spiegando che rispetto al passato il ricambio è più rapido proprio perché la durata della degenza si è accorciata.

Il ricovero di sollievo: una soluzione temporanea 

Quando la gestione dell’anziano a domicilio diventa impossibile e non è possibile aspettare un ingresso definitivo, alcune famiglie ricorrono al cosiddetto sollievo.

Si tratta di ricoveri temporanei in solvenza, cioè completamente a carico della famiglia, mentre nei ricoveri ordinari una parte della spesa viene coperta dalla Regione.

Le tariffe si aggirano mediamente intorno ai 100 euro al giorno, ma i posti disponibili sono pochi.

Il periodo più critico è l’estate, quando aumenta la richiesta per la contemporanea assenza di badanti e familiari impegnati nelle ferie.

«C’è un picco stagionale», conferma Mirko Gaverini, collegandolo anche ad alcune condizioni patologiche particolari.

Ospedali di comunità e cure intermedie 

Secondo Fabrizio Lazzarini, il tema del sollievo deve essere inserito nel più ampio sviluppo della sanità territoriale.

L’obiettivo è rafforzare le cure intermedie a bassa intensità dopo le dimissioni ospedaliere, anche attraverso gli Ospedali di comunità.

«Occorre dare una stampella alle famiglie», sottolinea Lazzarini, indicando la necessità di creare una continuità assistenziale più efficace.

Il limite principale del servizio di sollievo resta però la durata: come precisa don Luigi Zanoletti, può protrarsi al massimo per due mesi.

Le nuove risposte assistenziali

Il tema delle Rsa si lega quindi a una questione più ampia: come accompagnare una popolazione anziana sempre più fragile.

Secondo Edoardo Manzoni, gli studi evidenziano che le persone over 65 utilizzano i servizi sanitari circa 22 volte in più rispetto agli under 65.

Questo dato rende necessario un sistema capace di sostenere soprattutto chi viene dimesso dagli ospedali o affronta improvvisi peggioramenti delle condizioni di salute.

Il sollievo rappresenta una risposta importante, ma secondo gli operatori deve essere affiancato da ulteriori strumenti e servizi per evitare che le famiglie rimangano senza alternative.

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