Omicidio Claris, il professore Ivo Lizzola: “Educazione, cultura e relazioni povere alla radice del dramma”

Il docente di pedagogia all’Università di Bergamo: “Troppa solitudine tra i giovani. Il nemico? Spesso nasce dalla fragilità”

La tragedia di via Ghirardelli, in cui il 26enne Riccardo Claris ha perso la vita per mano del 19enne Jacopo De Simone, interroga non solo la giustizia, ma l’intera società. Ne è convinto Ivo Lizzola, professore di Pedagogia generale e sociale all’Università di Bergamo, che lancia un’analisi profonda: «Siamo di fronte a una grave difficoltà culturale, sociale ed educativa».

Il docente invita a non fermarsi alla cronaca e a guardare oltre l’apparente “normalità” delle vite coinvolte: giovani adulti senza apparenti problemi, lontani da contesti di marginalità, ma immersi in un clima culturale povero di relazioni vere.

«Siamo disabituati al buon conflitto»

«La nostra società ha perso il senso delle parole e dei gesti», afferma Lizzola a Bergamonews. «C’è una facilità estrema nel superare i confini del controllo emotivo. È un segnale allarmante». Secondo il professore, questa vicenda dimostra la mancanza di strumenti culturali per gestire lo scontro: la distanza, la superficialità delle storie condivise e il vuoto di orientamento contribuiscono a generare violenza anche da vite apparentemente serene.

«Non sappiamo più distinguere tra gioco e vita», spiega. «Il tifo, come altre passioni, dovrebbe avere un posto nella vita, non sostituirla». E quando l’identità personale viene costruita sul contrasto con l’altro, anziché su un progetto personale, «emerge la figura del nemico, spesso costruito per colmare vuoti esistenziali».

«Il nemico nasce da fragilità, non da grandi conflitti»

Lizzola sottolinea come l’aggressività non abbia bisogno di cause profonde: bastano offese banali, dinamiche quotidiane, narrazioni distorte. È in questo contesto che può emergere il gesto estremo. «Dobbiamo riprendere a vivere relazioni vere e profonde, a insegnare il valore della differenza, della mediazione e del rispetto. Solo così possiamo contenere l’esplosione di comportamenti autodistruttivi».

«Serve un patto educativo tra scuola, famiglia e società»

L’educazione, per Lizzola, non può essere solo compito della scuola o delle famiglie. È una responsabilità collettiva: «Servono luoghi dove si praticano relazioni sane, dove si sperimentano conflitti positivi, dove si impara che si può essere diversi senza essere nemici».

«Due vite spezzate: una morte e un futuro segnato per sempre»

Il professore chiude con una riflessione carica di dolore: «Non c’è solo una vittima. Due vite sono state distrutte». Ma anche di speranza: «Parlare con alcuni adolescenti addolorati per questo episodio mi ha dato speranza. Sanno andare oltre la colpevolizzazione, sono capaci di empatia e analisi. Questo è un segno che possiamo ancora ricostruire».

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