Carcere di Bergamo, allarme suicidi e sovraffollamento: una crisi senza fine

Dal suicidio di un 32enne pachistano a numerosi casi di autolesionismo: la denuncia del Garante dei detenuti sullo stato della struttura di via Gleno

Un suicidio, quattro tentativi, quindici episodi di autolesionismo e oltre cinquanta proteste individuali. È il bilancio drammatico del primo semestre 2025 nel carcere di via Gleno, a Bergamo, dove il malessere dei detenuti è ormai diventato una vera emergenza umanitaria e sociale. A rendere noti questi numeri è stata l’ultima relazione del Garante nazionale dei diritti delle persone detenute o private della libertà personale, pubblicata solo pochi giorni fa.

Tra i casi segnalati, quello di un detenuto pachistano di 32 anni, senza fissa dimora, arrestato per furto, che si è tolto la vita a metà giugno. Avrebbe terminato la pena nell’aprile del 2026. La sua morte è emersa soltanto ora, oltre un mese dopo, a conferma del silenzio che spesso cala su ciò che accade all’interno delle carceri italiane. L’episodio non era stato comunicato ufficialmente, ma è finito nelle carte del Garante, facendo luce su un sistema carcerario in profonda sofferenza.

Un sistema in crisi cronica
Secondo la relazione, la struttura bergamasca è una delle più colpite dal sovraffollamento in Italia, situazione ulteriormente aggravata dal caldo estivo. Le condizioni di vivibilità sono ai limiti della sopportazione, e a pagarne le conseguenze sono i detenuti e il personale penitenziario. Da gennaio a oggi si contano anche quattro tentativi di suicidio e ben quindici atti di autolesionismo, oltre a 55 forme di protesta individuale, come scioperi della fame e della sete.

Questi numeri si inseriscono in un contesto nazionale ancora più allarmante: 39 suicidi nelle carceri italiane dall’inizio del 2025, già 91 in tutto il 2024, la cifra più alta mai registrata. In Lombardia, la regione più colpita, i suicidi nel solo 2025 sono già sette.

Un grido d’aiuto ignorato
I dati non sono solo numeri, ma riflettono un malessere profondo. I detenuti, molti dei quali con problemi psichiatrici, vivono in condizioni disumane, privati spesso anche dell’assistenza sanitaria e psicologica di base. Il Garante sottolinea come la mancanza di personale, la carenza di spazi e la scarsa attenzione ai percorsi di reinserimento contribuiscano ad alimentare una spirale di abbandono e disperazione.

Non mancano le critiche anche sulla gestione della comunicazione: la morte del 32enne pachistano non era stata resa pubblica, se non grazie alla segnalazione formale del Garante. Un silenzio che, secondo molti osservatori, testimonia la scarsa trasparenza che ancora avvolge il sistema penitenziario.

Un problema strutturale
Le carceri italiane continuano a scontare anni di ritardi nelle riforme, investimenti inadeguati e una visione punitiva più che riabilitativa della pena. I numeri forniti dal Garante richiamano con urgenza l’attenzione delle istituzioni: serve un intervento deciso per ridurre il sovraffollamento, migliorare i servizi sanitari e implementare il supporto psicologico ai detenuti, come previsto dagli standard europei sui diritti umani.

 

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