Nel silenzio composto di un’aula di tribunale, dove da settimane si rincorrono perizie psichiatriche, coltelli sequestrati, abiti scomparsi e poi ritrovati, il 10 novembre sono risuonate parole diverse: quelle della famiglia di Sharon Verzeni, la giovane uccisa a Terno d’Isola durante una passeggiata. Per la prima volta, la vittima è tornata al centro del processo — non come oggetto di indagine, ma come presenza viva nei ricordi di chi l’ha amata.
«Dovevamo sposarci», ha raccontato Sergio Ruocco, il fidanzato, con voce rotta e parole misurate. Avevano completato il corso prematrimoniale, scelto la Grecia per le vacanze estive e un anello da regalarle. Non ha fatto in tempo a consegnarglielo da viva, così ha scelto di lasciarglielo nella bara. Un gesto che sa di promessa infranta, di dolore muto, di amore che non ha avuto il tempo di diventare futuro.
Sharon aveva 26 anni. Allegra, romantica, ottimista. «Non vedeva mai il male», ha detto la madre, Maria Teresa Previtali, raccontando l’ultima festa di compleanno, il 6 luglio, e una cyclette regalata che Sharon non aveva mai usato: «Preferiva camminare». Proprio una camminata serale è stata l’ultima della sua vita. «Parlo con lei spesso, attraverso i messaggi vocali sul telefono», ha aggiunto la madre. «È un modo per sentirla ancora vicina».
Il padre, Bruno Verzeni, ha ricordato il momento in cui ha ricevuto la notizia, insieme alla moglie, mentre erano in vacanza in Sardegna. Una telefonata, le lacrime, l’incredulità: «Sharon è stata uccisa a coltellate», ha detto la voce della figlia maggiore Melody, oggi 37enne, al telefono. Da allora, la casa dei genitori è «sempre un po’ vuota, come se mancasse un pezzo». Il fratello Christopher, 23 anni, ha confessato: «Non volevo crederci. Ho capito solo leggendo le notizie online».
Nel processo, tra le testimonianze e i gesti di dolore, ha trovato spazio anche l’abbraccio morale della famiglia a Sergio, rimasto a vivere per mesi nella camera della fidanzata. «Non abbiamo mai dubitato di lui», ha detto il padre Bruno. «Anzi, ci dispiaceva che qualcuno potesse sospettare di lui».
Sergio, dal canto suo, ha raccontato l’incubo di quella notte: «Alle tre mi hanno svegliato i carabinieri. Mi hanno portato in caserma e fino alle 16 non mi hanno detto che Sharon era morta. Speravo in un malore, qualcosa di grave ma non definitivo». Poi, quando ha saputo, ha chiesto di rimanere lì, tra le divise, quasi a cercare rifugio nel rigore delle indagini. «Non sapevo dove andare, né cosa fare della mia vita», ha detto.
E ha parlato anche dei rimorsi: «Sharon faceva camminate serali consigliate dalla dietologa, e spesso andavo con lei. Ma quella sera non ce l’ho fatta: mi sveglio presto per lavorare, dieci ore al giorno. Se fossi uscito con lei, forse oggi sarebbe viva». Poi il pensiero si sposta su quei progetti lasciati a metà: «Abbiamo fatto tutto con calma. Se ci fossimo sposati prima, magari Sharon sarebbe rimasta a casa con dei bambini, e sarebbe ancora qui».
L’imputato, a processo, ha confessato, ma i suoi racconti si contraddicono, si attorcigliano, vengono messi in discussione da perizie e filmati. Ma nulla può giustificare l’omicidio, dice il padre di Sharon a L’Eco di Bergamo. «Non riesco a comprendere come si possa trovare soddisfazione nell’uccidere. È qualcosa che non può essere giustificata».
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