Pedrengo, operaio schiacciato da anelli in calcestruzzo: 574mila euro di risarcimento

L’uomo, 59 anni, in coma da quattro anni dopo un infortunio in cantiere. Il tribunale: «Mai formato, nessuna colpa a lui». Condannati datore, capocantiere, autista e azienda

Quasi quattro anni dopo il drammatico incidente, arriva la sentenza definitiva sul caso di Mohamed Ouhida,l’operaio tunisino rimasto gravemente ferito nel 2020 in un cantiere a Pedrengo. La Corte d’Appello di Brescia ha confermato la condanna già emessa in primo grado, riconoscendo al 59enne un risarcimento complessivo di oltre 574 mila euro per danni permanenti, biologici e morali.

I fatti risalgono al 22 luglio 2020, quando, all’interno del cantiere per la realizzazione di una struttura nell’area feste del Parco Frizzoni, l’uomo è stato colpito alla testa da un anello di calcestruzzo da 550 chili. L’operaio si trovava sul pianale di un camion per aiutare nello scarico di otto anelli, ciascuno del diametro di due metri, trasportati dalla Vavassori Srl.

Ouhida era stato assunto da appena un mese dalla Pro System di Mario Rauseo, senza alcuna esperienza nel settore edile e senza aver ricevuto alcuna formazione né dispositivi di protezione individuale, incluso il casco. In seguito all’incidente, ha riportato danni cerebrali irreversibili ed è oggi ricoverato in stato di coma vigile presso il centro Don Orione di Bergamo.

Tutti corresponsabili dell’infortunio

Il giudice ha ritenuto corresponsabili a pari titolo: Mario Rauseo, titolare della Pro System (cessata nel 2021), per non aver formato il dipendente né preteso uno scarico sicuro da parte del fornitore; Novrus Hodaj, capocantiere, che ha ordinato le manovre di scarico e poi si è allontanato senza seguire l’operazione o garantire la sicurezza dei lavoratori; Diego Rebussi, autista del camion, che ha richiesto l’aiuto dell’operaio pur potendo procedere da solo; e la Vavassori Srl, proprietaria del mezzo, per aver utilizzato una gru non adatta a quel tipo di movimentazione, con uno sbraccio troppo ampio che ha generato l’oscillazione fatale del carico.

Secondo la sentenza, non vi è alcun concorso di colpa da parte del lavoratore, come ipotizzato durante il processo. Nonostante si trovasse al centro del cassone, il 59enne non era consapevole del rischio, anche perché non adeguatamente informato sui pericoli legati a un carico sospeso, a differenza dell’altro operaio esperto che si era allontanato.

Redazione

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