Nel processo per l’omicidio di Sharon Verzeni, la difesa di Moussa Sangare tenta di ribaltare l’impianto accusatorio. A pochi giorni dall’udienza decisiva, l’avvocata milanese Tiziana Bacicca ha depositato una memoria di 34 pagine davanti alla Corte d’assise di Bergamo, chiedendo l’assoluzione del trentenne imputato per l’uccisione della 33enne avvenuta nella notte tra il 29 e il 30 luglio 2024 a Terno d’Isola.
Il pubblico ministero Emanuele Marchisio ha già chiesto la condanna all’ergastolo, ritenendo che il quadro probatorio raccolto dai carabinieri del Nucleo investigativo sia coerente e solido. Ma la nuova difesa contesta punto per punto le conclusioni dell’accusa, concentrandosi su due aspetti centrali: la validità della prova genetica rinvenuta sulla bicicletta e la compatibilità dei tempi dell’aggressione con la presenza di Sangare sul luogo.
Secondo gli inquirenti, la traccia mista di Dna isolata sul telaio della mountain bike dell’imputato rappresenterebbe l’elemento scientifico che chiude il cerchio investigativo, integrando immagini di videosorveglianza, testimonianze e ricostruzioni territoriali. Per la difesa, invece, quella traccia potrebbe essere il risultato di una contaminazione. Bacicca mette in discussione l’affidabilità dell’accertamento genetico, sostenendo che l’intero impianto probatorio poggerebbe su un’unica prova scientifica, circostanza ritenuta insufficiente per affermare la responsabilità penale oltre ogni ragionevole dubbio.
La memoria evidenzia inoltre l’assenza di tracce genetiche della vittima né nell’abitazione di Sangare a Suisio, né sugli abiti che l’imputato avrebbe indossato quella notte – recuperati nell’Adda – né sul coltello ritenuto l’arma del delitto, trovato sepolto a Medolago. Per i consulenti del Ris, la mancata presenza di sangue sarebbe spiegabile con le condizioni ambientali: l’umidità del terreno per l’arma e l’immersione prolungata in acqua per i vestiti. La difesa, tuttavia, contesta tali spiegazioni, giudicandole non decisive.
Altro nodo centrale riguarda la dinamica temporale. Per l’accusa, l’aggressione sarebbe durata circa un minuto e mezzo: Sangare avrebbe colpito Sharon alle spalle e sarebbe poi fuggito rapidamente in bicicletta. Dopo aver ritrattato la confessione iniziale, l’imputato sostiene di essere stato un testimone e non l’autore dell’omicidio. A suo dire, avrebbe visto la donna discutere con un’altra persona in via Castagnate.
Bacicca richiama la relazione del medico legale Matteo Marchesi, secondo cui le ferite riportate da Verzeni avrebbero provocato la morte in pochi minuti. Quando la vittima riuscì a chiamare il 118, per la difesa l’aggressione sarebbe stata ancora in corso. In quello stesso arco temporale, però, Sangare sarebbe stato ripreso dalle telecamere a circa cento metri di distanza, mentre si allontanava, elemento che – secondo il legale – renderebbe incompatibile la ricostruzione accusatoria.
L’avvocata è subentrata al precedente difensore, Giacomo Maj, dopo l’udienza inizialmente fissata per la sentenza. Anche Maj aveva chiesto l’assoluzione, ma la nuova linea difensiva appare più strutturata e focalizzata sull’attacco tecnico alle prove scientifiche e alla scansione cronologica dei fatti.
Il prossimo 25 febbraio il pubblico ministero replicherà alla memoria depositata. Successivamente interverranno le parti civili, rappresentate dall’avvocato Luigi Scudieri per la famiglia Verzeni e per il compagno della vittima, Sergio Ruocco. Dopo le repliche, la Corte si ritirerà in camera di consiglio per il verdetto.
Nel frattempo, Sangare resta detenuto nel carcere di San Vittore. Secondo quanto riferito dalla difesa, l’imputato si mostrerebbe più sereno, convinto che la nuova impostazione possa portare a una valutazione diversa del materiale probatorio. Il processo si avvia così verso la fase conclusiva, con la Corte chiamata a pronunciarsi su un caso che ha profondamente colpito la comunità bergamasca.
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