Il lavoro domestico mostra timidi segnali di ripresa, ma continua a evidenziare profonde fragilità strutturali. Secondo l’ultima analisi di Assindatcolf, elaborata sui dati di flusso Inps, nel 2024 le assunzioni regolari hanno superato di circa 800 unità le cessazioni dei rapporti di lavoro. Un dato che interrompe un triennio di calo costante, ma che non basta a invertire del tutto la tendenza: il numero complessivo degli occupati nel comparto registra ancora una flessione di circa 23 mila unità a livello nazionale.
A Bergamo il quadro conferma la difficoltà del settore. Nel 2024 i contratti attivi risultano 10.800, in calo rispetto agli 11.478 del 2023. Di questi, 4.865 riguardano colf e 5.935 badanti. La componente femminile è largamente prevalente, con 9.935 donne, così come quella straniera, che conta 7.851 lavoratori. Numeri che fotografano un comparto essenziale per il welfare familiare, ma caratterizzato da forte instabilità.
Il dato più significativo riguarda la durata dei rapporti: secondo uno studio del Censis, la metà dei contratti nel lavoro domestico dura meno di un anno, con molte interruzioni che si verificano già nei primi mesi. Una precarietà che, pur in presenza di un Contratto collettivo nazionale di lavoro, distingue il settore da altri ambiti del lavoro subordinato.
«Il datore di lavoro non è un’impresa, ma una famiglia», spiega Federica Scaburri della segreteria Fisascat Cisl di Bergamo. Questa peculiarità incide profondamente sulla stabilità del rapporto. La domanda di assistenza nasce spesso in situazioni improvvise – una malattia, la perdita di autonomia, un ricovero – e ha carattere emergenziale. Quando il bisogno si ridimensiona o viene meno, anche il contratto tende a interrompersi.
Alla fragilità strutturale si aggiunge la composizione del settore. Molti lavoratori stranieri vedono nell’impiego domestico una prima opportunità di inserimento nel mercato del lavoro italiano. Per una parte di loro si tratta di una fase transitoria, in attesa di condizioni occupazionali ritenute più stabili o favorevoli, alimentando così un’elevata mobilità.
Un altro nodo riguarda la formazione. Secondo il Censis, circa la metà degli addetti non possiede una preparazione specifica. La mancanza di competenze nella gestione della non autosufficienza, nella relazione con persone fragili o nell’organizzazione del lavoro di cura può generare criticità operative e incomprensioni tra lavoratore e famiglia.
Per il sindacato, occorre intervenire su più fronti. «Serve promuovere un accesso diffuso alla formazione e introdurre sistemi di certificazione delle competenze», sottolinea Scaburri, evidenziando anche la necessità di una maggiore consapevolezza contrattuale. Una corretta informazione sui livelli di inquadramento e sulle modalità di gestione del rapporto potrebbe prevenire conflitti e cessazioni anticipate.
Il tema assume una rilevanza ancora maggiore considerando l’invecchiamento della popolazione. «La qualità del lavoro degli assistenti familiari è centrale per anziani, fragili e non autosufficienti», osserva Giacomo Meloni, segretario generale di Fnp Cisl Bergamo. Tuttavia, le condizioni contrattuali e retributive non sempre si intrecciano in modo virtuoso con la qualità dell’assistenza, favorendo fenomeni di lavoro nero e irregolare.
Il rischio è che la fragilità del sistema ricada direttamente sulle persone assistite e sulle loro famiglie, chiamate a sostenere costi elevati e a gestire rapporti spesso instabili. Per questo, secondo il sindacato, è necessario attuare pienamente la legge sulla non autosufficienza, ampliando la platea dei beneficiari dei contributi integrativi all’indennità di accompagnamento e aumentando la quota fiscalmente detraibile.
Il lavoro domestico resta dunque un pilastro silenzioso del welfare italiano, ma la sua tenuta dipende da interventi strutturali capaci di rafforzare competenze, stabilità e tutele, evitando che la precarietà diventi la regola in un ambito tanto delicato quanto indispensabile.
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