Inceneritori in Lombardia: il caso Bergamo riaccende il dibattito

Alta concentrazione di impianti e timori per ambiente e salute, associazioni chiedono nuovi controlli

inceneritore

Il tema degli inceneritori torna al centro del confronto in Lombardia, con il territorio bergamasco indicato come uno dei più esposti. Nel raggio di circa 30 chilometri sono già presenti tre impianti attivi – Bergamo, Dalmine e Filago – oltre a un cementificio a Calusco d’Adda che utilizza la co-combustione, una concentrazione che alimenta preoccupazioni tra cittadini e associazioni.

A riaccendere il dibattito è la possibilità di realizzare un nuovo impianto a Montello, progetto che ha già generato discussioni tra amministrazioni locali e comunità. Secondo la Rete Ambiente Lombardia, il modello regionale evidenzia una forte concentrazione di strutture senza un’adeguata pianificazione territoriale, con potenziali ricadute cumulative su ambiente e salute pubblica.

I numeri confermano la rilevanza del fenomeno: in Lombardia si contano 12 inceneritori per rifiuti urbani, un impianto dedicato ai rifiuti speciali, 5 strutture di co-incenerimento e 11 impianti industriali, delineando un sistema tra i più sviluppati a livello nazionale. Tuttavia, la distribuzione non risulta uniforme e in alcune aree, come quella bergamasca, si registra una sovrapposizione significativa.

Il confronto con altre regioni del Nord Italia evidenzia differenze marcate. Il Piemonte dispone di un solo inceneritore, il Veneto di tre, mentre l’Emilia-Romagna ne conta otto ma con una distribuzione più equilibrata, generalmente uno per provincia. In Lombardia, invece, la concentrazione in specifici territori rappresenta uno degli elementi più discussi.

Tra le voci critiche emerge quella di Anna Sorosina, rappresentante della Rete Ambiente Lombardia e membro della commissione ambiente di Tavernola Bergamasca. Il suo territorio è già interessato dalla presenza di un cementificio che utilizza combustibili derivati da carbone, una situazione che negli anni ha portato la popolazione a esprimersi attraverso referendum locali, prima contro l’uso di rifiuti come combustibile e poi a favore di un percorso di dismissione e riconversione.

La questione, secondo le associazioni, non riguarda solo il numero degli impianti ma anche l’assenza di limiti normativi specifici. Attualmente non esiste una regolamentazione che stabilisca un carico massimo di impianti per area, lasciando aperta la possibilità di nuove autorizzazioni anche in zone già fortemente infrastrutturate.

Questo aspetto solleva interrogativi sulla valutazione complessiva dell’impatto ambientale. Le richieste principali riguardano l’introduzione di monitoraggi strutturati e una valutazione più ampia delle ricadute sulla popolazione, considerando gli effetti cumulativi delle emissioni.

Il dibattito si inserisce in un contesto normativo in evoluzione. Negli ultimi anni, infatti, le disposizioni nazionali hanno ampliato le possibilità di utilizzo di combustibili alternativi, favorendo l’incremento di pratiche come la co-combustione. Una scelta che, da un lato, punta alla gestione dei rifiuti, ma dall’altro alimenta il confronto su sostenibilità e tutela della salute.

Il caso lombardo, e in particolare quello bergamasco, diventa così emblematico di una questione più ampia: come bilanciare esigenze industriali, gestione dei rifiuti e qualità della vita nei territori più esposti. La discussione resta aperta, con richieste di maggiore pianificazione e strumenti normativi capaci di garantire un equilibrio tra sviluppo e tutela ambientale.

Redazione

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