Usura ed estorsione, imprenditore assolto dopo sette anni: «Una gogna che mi ha segnato»

Assolto dalle accuse di usura, estorsione e riciclaggio dopo una lunga vicenda giudiziaria iniziata nel 2019. Per l’imprenditore bergamasco Davide Arici resta soltanto una condanna per una fattura relativa a operazioni inesistenti. Dissequestrati beni per oltre un milione di euro.

Dopo sette anni di indagini, sequestri e accuse pesanti, arriva l’assoluzione per Davide Arici, imprenditore 61enne originario di Chiuduno e titolare della Stil Edil Costruzioni di Gorlago. Il Tribunale di Bergamo ha stabilito che i reati di usura, estorsione e riciclaggio contestati all’imprenditore non sussistono, mettendo fine a una vicenda che aveva profondamente inciso sulla sua vita personale e professionale.

La sentenza, pronunciata dal collegio presieduto dal giudice Sara De Magistris, ha disposto anche il dissequestro dei beni che erano stati congelati nell’ambito dell’inchiesta. Tra questi figurano un attico sul lungolago di Sarnico, uno yacht di dodici metri ormeggiato a Viareggio, una cascina a Chiuduno e un orologio Rolex, per un valore complessivo superiore al milione di euro.

L’unica condanna riguarda una fattura falsa

Se da un lato il tribunale ha escluso le accuse più gravi, dall’altro ha riconosciuto la responsabilità dell’imprenditore per l’emissione di una fattura relativa a operazioni inesistenti. Per questo episodio Arici è stato condannato a un anno e otto mesi di reclusione con pena sospesa e non menzione.

Secondo quanto spiegato dallo stesso imprenditore, la fattura sarebbe stata emessa per giustificare un trasferimento di denaro ricevuto attraverso un socio del fratello, legato a un debito personale di circa 60 mila euro.

L’inchiesta partita da una verifica fiscale

La vicenda giudiziaria affonda le sue radici nel 2019, quando una verifica fiscale effettuata dalla Guardia di Finanza di Sarnico su una società immobiliare di Chiuduno portò all’apertura di un’indagine molto più ampia.

Gli investigatori si concentrarono inizialmente su alcune operazioni contabili considerate anomale e su una serie di fatture di storno. Da qui nacque l’ipotesi che dietro quei movimenti economici si celasse un sistema di prestiti a tassi usurari ai danni di una società della Valsabbia, in provincia di Brescia.

Secondo le contestazioni iniziali, tra il 2017 e il 2018 sarebbero stati concessi finanziamenti per diversi milioni di euro, con restituzioni ritenute sproporzionate dagli inquirenti. Le accuse comprendevano anche presunte pressioni esercitate per ottenere il rientro delle somme prestate.

Due richieste di archiviazione ignorate

Uno degli aspetti più particolari della vicenda riguarda il percorso processuale seguito dall’imprenditore. Il pubblico ministero Antonio Pansa aveva infatti chiesto per due volte l’archiviazione della posizione di Davide Arici, ritenendo evidentemente insufficienti gli elementi raccolti nei suoi confronti.

Nonostante ciò, il giudice per le indagini preliminari dispose comunque il rinvio a giudizio coatto, portando il caso davanti al tribunale. Dopo anni di dibattimento, il processo si è concluso con l’assoluzione dalle accuse principali. «Per sette anni ho vissuto con la reputazione compromessa» All’indomani della sentenza, Arici non nasconde l’amarezza per quanto vissuto negli ultimi anni. «Torno alla normalità, almeno spero», ha dichiarato l’imprenditore a L’Eco di Bergamo, sottolineando come la vicenda giudiziaria abbia avuto conseguenze significative sulla sua immagine pubblica e sulle attività lavorative.

Secondo il 61enne, il peso delle accuse e del sequestro dei beni avrebbe rappresentato una sorta di freno costante alla propria attività imprenditoriale. Pur riconoscendo di aver continuato a lavorare grazie alla fiducia di molti clienti, Arici parla di una lunga fase segnata da sospetti, commenti e pregiudizi.

Una vicenda che lascia interrogativi

La sentenza chiude uno dei capitoli più complessi emersi negli ultimi anni nel panorama giudiziario bergamasco. L’assoluzione per le accuse più pesanti ridimensiona profondamente il quadro accusatorio iniziale, mentre resta aperto il dibattito sugli effetti che procedimenti giudiziari particolarmente lunghi possono avere sulla vita delle persone coinvolte.

Con il dissequestro dei beni e la fine del processo per usura, estorsione e riciclaggio, l’imprenditore può ora provare a lasciarsi alle spalle una vicenda che ha segnato gran parte degli ultimi sette anni della sua vita.

 

Redazione

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