La maggioranza delle pensioni minime riguarda le donne
In Bergamasca sono 33.600 le pensioni integrate al minimo, ovvero gli assegni previdenziali che vengono aumentati per raggiungere la soglia minima prevista. Secondo la ricerca realizzata dal centro studi Across Concept per conto dello Spi Cgil Bergamo, sulla base dei dati Inps e Istat, il 93% di queste prestazioni viene erogato a donne.
Gli assegni minimi rappresentano il risultato di percorsi lavorativi caratterizzati spesso da periodi discontinui, carriere frammentate e versamenti contributivi ridotti. Il fenomeno evidenzia una condizione di fragilità economica che interessa soprattutto la popolazione femminile nella fase più avanzata della vita.
In provincia una pensionata su cinque riceve l’integrazione
La ricerca ha evidenziato che il 12,9% degli anziani bergamaschi percepisce una pensione minima. Il dato colloca la Bergamasca al terzo posto in Lombardia per incidenza del fenomeno, dietro Sondrio, con il 14,8%, e Lecco, con il 13%.
Secondo l’analisi dello Spi Cgil Bergamo, questa percentuale segnala la presenza significativa di carriere contributive deboli o discontinue, che hanno richiesto un’integrazione per consentire il raggiungimento della soglia minima pensionistica.
La situazione appare ancora più evidente osservando soltanto la componente femminile. In provincia il 21,9% delle anziane percepisce una pensione integrata al minimo, una quota dieci volte superiore rispetto agli uomini, che si fermano al 2,1%.
La differenza negli assegni riflette le carriere lavorative
Il segretario generale dello Spi Cgil Bergamo Giacomo Pessina ha spiegato che il fenomeno deriva da dinamiche lavorative consolidate nel tempo e dalla storica divisione dei ruoli tra uomini e donne.
Secondo l’organizzazione sindacale, il valore della pensione rimane strettamente collegato alla quantità di lavoro svolto, ai redditi percepiti e ai contributi versati durante la carriera professionale. Le modifiche normative che hanno accompagnato il passaggio dal sistema retributivo al sistema contributivo e l’aumento dell’età pensionabile hanno modificato il quadro previdenziale, ma non hanno eliminato le differenze accumulate negli anni.
I dati sugli assegni medi confermano il divario. In Bergamasca una pensione maschile raggiunge mediamente 29.749 euro lordi annui, mentre quella femminile si ferma a 15.253 euro. La differenza è di 14.496 euro ogni anno, con un importo femminile praticamente pari alla metà di quello maschile.
La tassazione crea nuove differenze tra pensionati
La ricerca della Cgil ha analizzato anche il rapporto tra rivalutazione degli assegni e sistema fiscale. Ogni anno gli importi delle pensioni vengono aggiornati attraverso la combinazione tra decisioni della legge di bilancio e perequazione, cioè l’adeguamento automatico legato all’inflazione.
Gli aumenti sugli importi lordi devono però confrontarsi con la tassazione. Secondo i calcoli dell’ufficio studi nazionale della Cgil e dello Spi, gli incrementi non producono lo stesso effetto per tutti i pensionati.
Le pensioni minime, grazie all’assenza quasi totale di imposizione fiscale, mantengono integralmente gli aumenti ricevuti. Le pensioni basse, invece, subiscono una riduzione degli incrementi a causa dell’applicazione dell’Irpef e delle addizionali regionali e comunali.
Il meccanismo fiscale può penalizzare chi ha lavorato più anni
Il documento della Cgil ha spiegato che le pensioni assistenziali e quelle previdenziali integrate al minimo con maggiorazioni sociali beneficiano della rivalutazione e degli aumenti introdotti dalle ultime leggi di bilancio, mantenendo completamente il valore netto grazie all’esenzione dall’Irpef e dalle addizionali locali.
Al contrario, le pensioni previdenziali appena superiori alla soglia della no tax area, fissata a 8.500 euro annui, vedono una parte degli aumenti assorbita dalle imposte.
La conseguenza indicata dalla ricerca è una situazione nella quale, in alcuni casi, una persona con una pensione assistenziale o con una pensione minima integrata può ricevere un importo netto superiore rispetto a chi ha costruito un assegno leggermente più alto attraverso molti anni di lavoro e contributi.
Secondo la Cgil, il problema nasce dalla differenza tra due soglie: da una parte il limite della no tax area per i pensionati, fermo a 8.500 euro annui, dall’altra gli importi delle prestazioni assistenziali e integrate, che arrivano vicino ai 10.000 euro annuali senza essere sottoposti a tassazione.
La richiesta di regole fiscali più equilibrate
Di fronte ai dati emersi, Giacomo Pessina ha chiesto norme fiscali considerate più equilibrate per il sistema pensionistico.
Il segretario generale dello Spi Cgil Bergamo ha sottolineato che i redditi da pensione generano oltre il 40% del gettito Irpef, una percentuale simile a quella prodotta dai redditi da lavoro dipendente. Secondo Pessina, questo elemento evidenzia uno squilibrio nella tassazione delle persone fisiche.
La richiesta riguarda in particolare le pensioni più basse. Il sindacato ha evidenziato che gli aumenti delle pensioni minime risultano esentasse, mentre quelli applicati agli assegni bassi ma superiori alla soglia minima sono soggetti a imposizione fiscale.
Lo Spi Cgil Bergamo propone quindi un sistema nel quale tutti i redditi bassi possano beneficiare dell’esenzione fiscale, evitando che la rivalutazione degli assegni produca vantaggi soltanto per alcune categorie.
Il recupero dell’evasione contributiva come possibile soluzione
Per correggere le differenze generate dal sistema attuale, Pessina ha indicato la possibilità di utilizzare una parte delle risorse recuperate attraverso il contrasto all’evasione contributiva.
Secondo il rappresentante dello Spi Cgil Bergamo, queste entrate potrebbero essere destinate alla riduzione delle distorsioni fiscali che riguardano i pensionati con redditi più contenuti.
Le prospettive future per le lavoratrici bergamasche
La ricerca ha evidenziato anche la necessità di guardare agli effetti futuri delle attuali condizioni occupazionali.
Secondo Pessina, negli ultimi anni l’occupazione femminile è aumentata anche in Bergamasca, un elemento che potrebbe contribuire a migliorare la situazione previdenziale delle future pensionate.
Il segretario generale dello Spi Cgil Bergamo ha però sottolineato che le differenze salariali presenti ancora oggi rappresentano un fattore determinante e continuano a influenzare il livello delle pensioni che verranno percepite dalle lavoratrici nei prossimi decenni.
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