UIL, il quadro regionale sul lavoro agile
Il fenomeno del lavoro da remoto continua a crescere in Lombardia, ma con intensità molto diverse da territorio a territorio. A fotografare la situazione è lo studio “Smart working in Lombardia”, realizzato da UIL Lombardia sulla base dei dati Istat del Censimento permanente della popolazione.
Nel 2024 quasi 891 mila occupati lombardi hanno svolto la propria attività lavorativa da casa almeno per una parte del tempo. La quota regionale ha raggiunto il 19% degli occupati, superando di quasi cinque punti la media nazionale, che si è attestata al 14%.
Tra i territori spicca il Comune di Milano, dove il 39% dei lavoratori utilizza lo smart working. La Città metropolitana di Milano registra invece una percentuale del 29,5%, mentre la provincia di Monza e Brianza si colloca al 21,8%. Le restanti province lombarde presentano valori compresi tra il 16% e l’8% del totale degli occupati.
Bergamo, smart working in crescita impercettibile
In provincia di Bergamo il lavoro da remoto continua a diffondersi molto lentamente. Tra il 2023 e il 2024 la percentuale di dipendenti che ha utilizzato questa modalità è salita dal 12,2% al 12,4%, con un incremento dello 0,2%.
In termini assoluti, i lavoratori coinvolti sono passati a 64.419, pari a 1.758 persone in più rispetto all’anno precedente. Si tratta di dipendenti che hanno lavorato da casa almeno per alcuni giorni nel corso dell’anno.
Tra questi lavoratori, il 7,4% ha svolto l’attività da remoto solo occasionalmente, mentre il 5% ha lavorato prevalentemente da casa per la maggior parte dei giorni lavorativi.
Lecco cresce, Milano il riferimento
Il confronto con le altre province lombarde evidenzia come Bergamo proceda con maggiore lentezza rispetto ad altri territori.
La provincia di Lecco ha registrato l’incremento più elevato nell’arco di un anno. La quota di lavoratori in smart working è salita dal 12,4% al 14,5%, con una crescita del 2% che corrisponde a 3.458 addetti in più.
Milano continua invece a rappresentare il territorio dove il lavoro agile è maggiormente diffuso. Gli occupati che utilizzano questa modalità sono 460.281, pari al 29,5% dei lavoratori. Di questi, l’11,6% lavora regolarmente da remoto, mentre il 17,8% ricorre allo smart working soltanto per alcuni giorni.
Donne e laureati le categorie più coinvolte
Lo studio evidenzia anche precise caratteristiche dei lavoratori che ricorrono al lavoro da remoto.
In tutte le principali province analizzate, le donne risultano più numerose degli uomini tra coloro che utilizzano lo smart working.
Anche il livello di istruzione incide significativamente. Il 29% dei lavoratori che svolge attività da remoto possiede un titolo di studio elevato, mentre la quota scende all’11% tra i diplomati e al 3% tra chi possiede un titolo di studio inferiore.
I settori che utilizzano di più il lavoro agile
La diffusione dello smart working varia sensibilmente anche in base al comparto lavorativo.
Le percentuali più elevate riguardano il settore informatico e della comunicazione, dove il lavoro da remoto interessa il 60% degli occupati. Seguono il comparto finanziario e assicurativo, con il 44%, e le attività professionali, tecnico-scientifiche, che raggiungono il 37%.
Le professioni maggiormente coinvolte sono quelle intellettuali e specialistiche, il lavoro esecutivo d’ufficio, le professioni tecniche e la dirigenza.
Al contrario, nelle attività operaie, agricole e nelle professioni non qualificate il ricorso al lavoro da casa rimane residuale. Lo studio attribuisce questa differenza non alla disponibilità dei lavoratori, ma alle caratteristiche dei processi produttivi e al ruolo professionale ricoperto.
La UIL sulla regolamentazione dello smart working
I segretari confederali di UIL Lombardia, Salvatore Monteduro ed Eleonora Di Prisco, hanno ribadito che lo smart working non rappresenta un semplice beneficio individuale e non deve essere lasciato alle decisioni unilaterali delle imprese.
Il sindacato ha affermato che il lavoro da remoto deve essere regolato attraverso la contrattazione collettiva nazionale, territoriale e aziendale. Ha inoltre sottolineato che le aziende non devono trasferire ai lavoratori i costi relativi alle postazioni di lavoro, alle connessioni internet e ai consumi energetici.
UIL ha infine evidenziato che lo smart working non deve trasformarsi in uno strumento per prolungare informalmente gli orari di lavoro o per aumentare i carichi lavorativi dei dipendenti.
Seguici su
Aggiungi bergamotomorrow.it alle tue fonti preferite e ricevi i nostri contenuti in cima ai risultati di ricerca.