Momenti di forte tensione in tribunale a Bergamo nel processo per l’omicidio di Sharon Verzeni, la barista di 33 anni uccisa a coltellate nella notte tra il 29 e il 30 luglio 2024 a Terno d’Isola. Protagonista di un inatteso colpo di scena è stato Moussa Sangare, imputato per omicidio volontario, che ha deciso di interrompere l’arringa del proprio avvocato e lasciare l’aula.
Era il giorno dedicato alla difesa davanti alla Corte d’Assise di Bergamo, presieduta da Patrizia Ingracì. Dopo circa mezz’ora dall’inizio dell’intervento dell’avvocato Giacomo Maj, Sangare ha preso la parola, manifestando apertamente il proprio dissenso rispetto a quanto stava ascoltando. “Non capisco cosa stia dicendo, sembra che mi stia implicando. Io mi sono già giudicato innocente”, ha dichiarato, chiedendo di rientrare immediatamente nel carcere di San Vittore, dove è detenuto dalla fine di agosto.
L’avvocato Maj aveva aperto la sua arringa chiedendo l’assoluzione dell’imputato perché il fatto non sussiste, basandosi sulle più recenti dichiarazioni di Sangare. Una linea difensiva che segnava una netta discontinuità rispetto alla fase iniziale dell’inchiesta, quando l’imputato aveva confessato l’omicidio per tre volte subito dopo l’arresto.
In subordine, la difesa ha chiesto il riconoscimento delle attenuanti generiche e l’esclusione delle aggravanticontestate dall’accusa: futili motivi, premeditazione e minorata difesa. Nonostante l’uscita anticipata del suo assistito dall’aula, l’avvocato Maj ha comunque portato a termine l’arringa, conclusa dopo circa tre quarti d’ora.
Durissime le reazioni della famiglia della vittima, presente anche in questa udienza. Bruno Verzeri, padre di Sharon, ha definito quanto accaduto “una sorta di teatrino”, esprimendo amarezza e indignazione. Al suo fianco, come parte civile, l’avvocato Luigi Scudieri, che ha ribadito la richiesta della pena massima: “L’ergastolo è l’unica pena giusta. Sangare non è meritevole di attenuanti generiche”.
Secondo il legale della famiglia Verzeni, non si è mai trattato di una vera confessione, ma di un’ammissione arrivata solo quando l’imputato sarebbe stato messo di fronte alle proprie responsabilità dagli inquirenti. Un elemento che, a suo avviso, rafforza la richiesta di una condanna esemplare.
La sentenza è attesa per il 19 gennaio, data in cui la Corte d’Assise si pronuncerà su uno dei casi di cronaca nera più seguiti degli ultimi mesi nella Bergamasca.
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