Una sigaretta accesa nel cuore della notte, una domanda secca – «State registrando?» – e poi un cenno verso se stesso. Così, alle 2.22 del 30 agosto 2024, Moussa Sangare confessò l’omicidio di Sharon Verzeni. A ricostruire quei momenti è il tenente colonnello Riccardo Ponzone, comandante del Reparto operativo dei carabinieri di Bergamo, che ripercorre il mese di indagini culminato con l’arresto e, nei giorni scorsi, con la condanna all’ergastolo.
La scena della confessione è rimasta impressa agli investigatori. Sangare, fermato da oltre 24 ore al comando provinciale, chiese una sigaretta, bevve un sorso d’acqua e iniziò a raccontare. «Sono passato di lì, c’era quella ragazza, le sono passato dietro e le ho detto: scusa per quello che sta capitando», avrebbe dichiarato, prima di indicare se stesso come autore dell’accoltellamento. Subito dopo, il verbale fu interrotto per la nomina del difensore.
Fu un momento di forte tensione emotiva anche per gli inquirenti. «Eravamo sfiniti», ricorda Ponzone al Corriere bergamo. Molti militari lavoravano senza sosta da giorni. Quando arrivò la conferma della confessione, nel cortile del comando si radunarono per una foto di gruppo, simbolo di un’indagine che aveva assorbito energie e risorse straordinarie.
L’inchiesta era partita nella notte del 30 luglio 2024, quando Sharon Verzeni venne accoltellata in via Castegnate, a Terno d’Isola, mentre passeggiava. Inizialmente gli scenari ipotizzati erano due: un femminicidio o l’azione di un aggressore sconosciuto. Come spesso accade, le verifiche partirono dal compagno della vittima, Sergio Ruocco. «All’inizio la percentuale che potesse essere stato lui era alta», spiega Ponzone, «ma si assottigliò progressivamente fino ad azzerarsi».
La prospettiva di un killer casuale preoccupava gli investigatori. Il timore era che potesse colpire ancora. Fu attivata una task force con il supporto del Ros e del Racis, mentre sul territorio vennero intensificati i controlli. Ogni giorno si tenevano briefing operativi, con priorità assoluta alla risoluzione del caso.
Non mancarono le false piste. Un uomo tunisino residente vicino al luogo del delitto fu inizialmente attenzionato, così come uno stalker presente in zona la sera dell’omicidio. In un giardino venne trovata una traccia di sangue, risultata poi animale. «In quel periodo Terno era satura di giornalisti, ci muovevamo spesso di notte», racconta Ponzone.
La svolta arrivò grazie alle telecamere di sorveglianza. Un ragazzo in bicicletta era stato ripreso in via Castegnate e, più nitidamente, a Chignolo d’Isola. Un dettaglio attirò l’attenzione: a una rotatoria si voltò per non mostrare il volto. Fu deciso di cercarlo sul territorio. Una quarantina di carabinieri uscirono in strada tra Terno e i comuni vicini. Dopo circa due ore, un giovane militare individuò un ragazzo che corrispondeva alla descrizione: treccine, occhiali, bici.
Alla vista dei carabinieri, tentò di fuggire. Dopo una colluttazione – durante la quale morse un militare – venne condotto in caserma. I testimoni che lo avevano incrociato la notte del delitto lo riconobbero. Da lì iniziò un lungo interrogatorio, fino alla confessione.
Nel corso dell’indagine emersero anche segnalazioni infondate e tentativi di depistaggio. «Non si poteva tralasciare nulla», sottolinea Ponzone. Furono sentite circa 300 persone, analizzati filmati con il limite dei sette giorni di conservazione per motivi di privacy, e approfondite ogni traccia e ogni dettaglio.
Un mese di lavoro serrato che ha portato all’identificazione dell’assassino, in un caso che aveva generato forte allarme sociale. La confessione, poi ritrattata a processo, rappresentò il punto di arrivo di un’indagine complessa, costruita tra intuizioni, tecnologia e presenza costante sul territorio.
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